CHEETAH CHROME MOTHERFUCKERS – The Furious Era 1979​-​1987 (Area Pirata)  

Il 18 Gennaio del 1981 Pisa viene invasa da uno sciame di paracadutisti in borghese. Sfilano in parata, ma a parte l’andatura da allievi dei marines e gli inni militari che cantano a squarciagola mentre avanzano compatti, si confondono tra la gente. Perché l’obiettivo non è rendere omaggio alla Bandiera e mostrare gli anfibi lustrati al Capitano. Stavolta si tratta di una spedizione punitiva. Era successo che all’inizio di quell’anno due reclute erano state coinvolte in una rissa in un bar della città. La Folgore era stata dunque ferita oltre che nei testicoli dei malcapitati, nel proprio orgoglio. Sotto l’ordine di un sottotenente si radunarono in quattrocento.

E marciarono impettiti verso quel bar. Per lavare l’offesa.

Durante la marcia altri ragazzi, anche loro senza divisa ma soprattutto senza mostrine, cercano di speronare il gruppo. Li affiancano con gli scooter, simulano una carica, li apostrofano con epiteti come “bastardi” e “fascisti”, finchè i fascisti si riconobbero in quegli appellativi e montarono sui civili, menandoli e scaraventano nell’Arno qualche motorino.

Il racconto di quella cronaca finì, sintetizzata col fast forward, dentro il primo singolo della più violenta compagine punk della città di Pisa. Il pezzo si intitolava, ovviamente, 400 Fascists. La band invece, in onore del chitarrista dei Dead Boys, si chiamava Cheetah Chrome Motherfuckers.

La cronaca dei CCM invece esce ora, integrale, su questa raccolta che parla di come i topi invasero la città e se ne riappropriarono, eleggendola a Granducato.

Un’orgia hardcore che non trovate su YouPorn e neppure nelle scalette di Virgin Radio, la radio rock del regime Berlusconi.

E che fareste bene ad ascoltare, se non avete paura di chitarre che suonano come randellate e delle voci che vomitano rabbia anziché gongolare per placare il prurito intimo femminile.

Sberle. Mazzate. Sputi. Gengive che sanguinano.

Se non siete morti allora, potreste farlo adesso.

                                                                      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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