FRANCESCO DE GREGORI – Rimmel (RCA)  

Gli autoriduttori e i contestatori degli anni Settanta avevano un setaccio.

Un crivello stretto col quale si arrogavano il compito di filtrare ciò che era culturalmente buono da ciò che non lo era analizzando ogni opera creativa secondo dei parametri che non prevedevano una critica oggettiva e funzionale ad un criterio artistico ma che ne esaminava solo il “messaggio” di cui si faceva portavoce e la coerenza dell’artista con quel messaggio. Era qualcosa che, in termini di arroganza e ferocia, aveva più a che fare con il fascismo e la censura bigotta centrista che con le argomentazioni progressiste di sinistra. Ma allora, nel fervore di quegli anni, nessuno se ne rese conto. E la gogna tornò di moda. E la ghigliottina sostituì la sua lama inclinata con un profilo curvo di falce, prima di tornare in scena in un tripudio di cori e pugni alzati al cielo.

Era cominciata un’altra caccia alle streghe. E, fra tutte le streghe, quella di Rimmel fu una delle più perseguitate. Perché, fra tutte le streghe, era quella che parlava una lingua oscura e impenetrabile, per quei setacci così attenti eppure così inadeguati.

Un disco dove tutto quel che aveva un nome, aveva un nome taciuto. E ogni protagonista si prodigava in arti “provvisorie” che nulla avevano a che fare con la militanza che gli anni imponevano. Zingari che leggono le carte, fachiri che camminano su cocci di vetro, banditi con le colt caricate a salve, spettatori che applaudono senza capire neppure chi siano gli attori che stanno recitando (il geniale applauso che scandisce la storia incomprensibile di Pablo), pianisti mestieranti e dittatori senza cuore che scrivono poesie appassionate. 

Un disco che si apre con la storia di una disfatta amorosa. Una storia d’amore dove tutto è un trucco. E che, con un lampo di genio poetico, De Gregori ci racconta rendendoci complici di un ritardo colpevole quanto enigmatico. Siamo all’inizio di un racconto che è già l’epilogo del racconto stesso, che infatti era cominciato un anno prima su quell’altra perla intitolata Bene, in cui la parola amore non era ancora stata recisa.

Non una canzone d’amore, nonostante sia una delle più belle canzoni d’amore, ma una canzone sulle ombre che l’amore proietta. E che dell’amore hanno la forma ma non la sostanza.

Una piccola perla regalata ai porci. Posta in cima a una tiara tempestata di altri piccole pietre preziose del cantautorato italiano.

Rimmel consegna definitivamente De Gregori alla storia della canzone italiana regalandogli il podio della classifica e, allo stesso tempo, porta a pieno compimento quella trasfigurazione da semplice cantautore a perfetto capro espiatorio preannunciata l’anno precedente sulla copertina del disco omonimo. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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