THE AFGHAN WHIGS – In Spades (Sub Pop)  

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Ormai da qualche anno i dischi più attesi sono quelli delle “vecchie glorie”. A dimostrazione che il pubblico è invecchiato almeno quanto le rockstar e che, piuttosto che cercare in quel nuovo che fatica a comprendere, preferisce “andare sul sicuro”. È una macchina ormai ben oleata, con una fetta sempre più grande di artisti che, se le condizioni fisiche lo permettono, tornano a calcare un palco e a garantirsi la pensione con gli introiti dei live (che hanno dal canto loro imparato a gestire a dovere, proponendo adesso il famoso pacchetto “vip” con cui puoi anche farti il selfie con la band che sorride o fa il gesto delle corna, a vostra richiesta o portarti a casa una cazzo di targa commemorativa che, vista l’età avanzata di molti musicisti, potrebbe, chissà, valere presto una fortuna, NdLYS) oppure ad incidere uno, due, tre dischi nuovi, non sempre assecondati da una altrettanto brillante verve compositiva.

Molti lo interpretano come un segnale ben auspicante. Una garanzia sullo stato di grazia del rock. Io, che ho capito che stavo invecchiando quando la voglia di rivedere le vecchie foto ha preso il sopravvento sul desiderio di farne di nuove, in maniera esattamente opposta, ma non sono qui per parlarvi di me bensì di uno fra gli album più attesi di questo 2017. Che guarda caso è il secondo del “nuovo corso” degli Afghan Whigs, resuscitati qualche anno fa. Come quello precedente e come tutti quelli che hanno inciso nella loro “prima vita” è un gran bel disco. Cardiologo e urologo possono stare tranquilli, per il loro intervento c’è ancora tempo. Il suono mantiene ancora quel fantastico equilibrio fra sensualità R&B (anche se il singolo Demon in Profile ha lo stesso crescendo armonico di Balla balla ballerino di Dalla, ma di questi paragoni scomodi nessuno ne parlerà fuori da qui) e il rock increspato e torbido che ce li fece amare eoni orsono. Decadente e sontuoso allo stesso tempo.

Un po’ come i Sophia. Un po’ come i Died Pretty dei dischi degli anni Novanta.

Canzoni che conservano quasi intatta la sensualità dei bei tempi, indugiando sulla componente ritmica (Arabian Heights,  Light as a Feather e la più scontata Copernicus) così come si scoprono capaci di custodire il tormento e il romanticismo un po’ schivo e trasportarlo in musica, rivestendola ora di archi (il curioso arrangiamento di Birdland ma anche quello di The Spell), ora punteggiando con i tasti di un pianoforte ballate torve come I Got Lost o Into the Floor che sono le tegole dove l’amore va ad asciugarsi le piume, dopo aver girovagato senza posa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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