ROGER WATERS – Is This the Life We Really Want? (Columbia)  

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Roger Waters finalmente scende dal muro, quando nessuno di noi si aspettava più di vederlo scendere. Dimostrando come, a differenza dei vecchi compagni Pink Floyd, abbia ancora qualcosa da dire, del disgusto da vomitare, delle angosce da ammaestrare, un abisso da solcare. Quella di Waters è una nausea antica, più antica della mia. Il suo bisogno di ficcarsi in gola due dita e coprire il mondo di acidi gastrici un bisogno reale. La sua esigenza di tenersi appartato dagli altri un’esigenza virtuosa da filosofo epicureo che “vive nascostamente”, diffidando il mondo del suo infame abominio.

Il suo nuovo disco arriva a distanze siderali dalle sue prove precedenti e lo conferma autore piegato ad una visione decadente del mondo come lo fu Leonard Cohen alla cui opera questo disco, soprattutto nei momenti in cui è il pianoforte a condurre la partita, si avvicina pericolosamente. La mano di Nigel Godrich asseconda con riverente e con sapienza la storia artistica di Waters, allestendo una rete di rimandi alla sua produzione floydiana, dal ticchettio degli orologi (The Dark Side of the Moon) al rumore delle pale d’aereo (The Wall) alle ali di gabbiano (Animals), fino ai sintetizzatori plasmati con un gusto prog che neppure le vecchie macchine degli anni Settanta e aiutandolo a mettere in piedi un distillato del Waters che, come le acque del cognome ereditato dal tanto amato padre, placherà le seti dei nostalgici dell’angoscia watersiana.

Is This the Life We Really Want? è dunque il disco che ci si aspettava da Roger Waters. Coerente con la sua poetica del disastro e dell’alienazione così come del velenoso disinganno verso i poteri forti e le ideologie (aggiornato all’epoca Trump) e con il suo habitat sonoro. Che è solenne e amaro insieme.

E finalmente sgombro di quegli assoli di chitarra che le cover band sono state costrette ad imparare a memoria.

Imparate adesso la modestia. E tornate a fare i turnisti, che tanto nessuno imparerà il vostro nome.         

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro