THE DURUTTI COLUMN – Circuses and Bread (Factory)  

1

Prima di salutare Vini Reilly per diventare il trombettista dei Simply Red (la band di blue-eyed soul formata dagli altri ex-Durutti Tony Bowers e Chris Joyce), Tim Kellett lascia dentro Circuses and Bread il suo testamento artistico, in una lunghissima improvvisazione intitolata Blind Elevator Girl (Osaka). È il sesto album in studio per la band che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio seguente era stata l’orgoglio della Factory e di tutta Manchester assieme ai Joy Division ed è ancora una volta un disco bellissimo, crepuscolare e romantico. È il suono di una piccola orchestra che continua a dilettare il suo pubblico mentre fuori la guerra non le concede il rispettoso silenzio che meriterebbe (Street Fight). I Durutti Column regalano al mondo, ancora una volta, il dono della gentilezza. All’arte, la grazia cromatica del colore sfumato, del mezzo tono, delle tinte pastello. Anche quando azzardano qualche passo di danza (i due movimenti di Dance) lo fanno con un garbo aggraziato ed aristocratico lontano anni luce dalla prepotenza ritmica dei “vicini” New Order. È un mondo solcato dalla stessa decadente raffinatezza dei Tuxedomoon, quello dei Durutti Column. Rigato dalla malinconia e dalla mutevolezza d’umore che ne sgorga. Un piccolo rivolo di mascara che traccia una riga imperfetta ai bordi degli occhi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro