MOUSE ON MARS – Idiology (Thrill Jockey)  

L’ultima grande rivoluzione musicale in ambito tecnologico e strutturale del XX Secolo è l’avvento dei laptop. Sono quelli che comunemente chiamate “pc portatili”. Dispositivi che il più delle volte usate per scrivere una tesina, navigare sui siti porno, leggere le mail con cui vi comunicano eredità milionarie ma che in realtà sono delle delle macchine in grado di compiere circa tre miliardi di operazioni al secondo. Confrontate con le primissime macchine dei pionieri della musica elettronica, delle autentiche astronavi. Decenni dopo la diffusione dei nastri magnetici, quindi dell’amplificazione elettrica e poi dei sintetizzatori e dei campionatori, è questa l’ultima innovazione in grado di consegnare dei nuovi strumenti artistici nella mani di ragazzi che qualche anno prima non sapevano neppure di possederla, quella capacità. È un cambiamento di approccio (oltre che di risultati) radicale che segna di fatto la graduale estinzione dell’ascoltatore passivo. Chi traffica con la musica elettronica preferisce, grazie alla praticità e ai costi contenuti dei laptop, diventare esso stesso un creatore. L’atto creativo diventa un processo di ingegneria semi-professionale più che un fatto di competenza musicale tout-court. Il vecchio solfeggio viene sostituito da algoritmi matematici. La sala prove viene sostituita dalla scrivania. L’orchestra o la band da una serie di bit. L’amplificazione da una buona scheda audio e da un micro impianto acustico in modalità bluetooth.

L’atto compositivo diventa un fatto di “scomposizione” e riassemblaggio di pattern ritmici, filtri, loop armonici, suoni campionati, registrazioni casuali. Qualcosa che potenzialmente possono fare tutti. Ma che nei fatti riesce a pochi. Del resto anche col giro di Do è possibile tirare su teoricamente un repertorio di centinaia di pezzi. Nei fatti, pochissimi riescono a dare a quel giro melodico una qualità che elevi la semplicità di esecuzione in atto emozionante e comunicativo.

La lunghissima premessa serve, oltre che a farvi riflettere, per dire che è molto, molto probabile che i Mouse on Mars non sarebbero mai diventati dei “musicisti” senza le possibilità aperte dal mondo dei laptop e della home-music. Se, insomma, la manipolazione dei cursori si fosse limitata a quella del treble dei pick-up di una chitarra, del delay di una tastiera o del gain di un amplificatore e se i polpastrelli avessero dovuto continuare a cercare di raccordare note e melodie sui tasti di un qualsiasi strumento acustico o elettrico. Eppure sono stati fra i primi a comprendere e setacciare il ventaglio di possibilità aperte dalla nuova elettronica domestica e ad elaborare un suono empatico da ascoltatori attivi. Una musica che non è catalogabile in un genere perché può fondamentalmente includerli tutti o nessuno. Vivere parassitando quanto già ha una sua fisionomia stilistica che si è sedimentata nella nostra memoria o plasmare una musica “generativa”, che si autoproduce come un batterio organico davanti a loro. Idiology rappresenta bene entrambe queste due possibilità. A chi avesse paura di percorrere corridoi su cui si spalancano porte che danno su stanze ignote, il duo tedesco offre stavolta qualche rassicurante punto di riferimento (un’armonia vocale, le note sincopate di qualche pianista jazz, un ritmo ska). I meno pavidi sono invece instradati lungo un labirintico  gioco di risonanze, echi, rimbombi, giochi di specchi, dissonanze, pulsazioni, microchirurgia ritmica, architetture e ottimizzazione degli spazi che ne conferma lo status di, se proprio vi viene arduo definirli musicisti nonostante il mio lungo e a questo punto inutile prologo, abilissimi manovratori.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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