FLIPPER – Album: Generic Flipper (Subterranean)  

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Uno dei “trucchi” preferiti dai punk fu quello di aumentare la velocità di esecuzione dei pezzi per aumentare la carica d’assalto ma anche per mascherare le inevitabili imperfezioni, facendole trascinare via dal flusso chiassoso e veloce dell’insieme, abbracciando eticamente (la denuncia politica come atto di fede) e stilisticamente quello che verrà canonizzato come hardcore.

A remare contro corrente fu una band di San Francisco.

Si chiamavano Flipper.

Loro decisero che non sarebbero stati al gioco e avrebbero messo a nudo tutta la loro pochezza tecnica rallentando il suono fino a renderlo nauseabondo e indigesto. E impararono a riderne, oltraggiandolo oltremisura.

Producendo un disco che, avrebbero scommesso, ai punk non sarebbe piaciuto. Vincendo la scommessa.

Sarebbero piaciuti, e tanto, agli eroi del grunge.

Gente come Mark Arm o Kurt Cobain lo avrebbero elevato da disco di culto a disco-mito. I Melvins ne avrebbero ricopiato lo stile, appesantendone soltanto la soma.

Il disco di debutto dei Flipper era uno di quegli scarabocchi fatti dai bambini. Che hanno in mente tutta la bellezza del mondo e non riescono a disegnarla. E che però, quando la disegnano, pensano di averla riprodotta in qualche modo.

È solo che gli altri non sanno riconoscerla dentro il loro disegno.  

Spesso non riescono neppure a vederla neppure fuori da lì.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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