MILES DAVIS – On the Corner (Columbia)  

Chi pensasse che la musica jazz sia una roba per borghesi con ostriche e puzza sotto il naso, dovrebbe provare ad ascoltare On the Corner. Senza arricciare il suo, di naso. On the Corner è pura street music, autentica musica del ghetto. Siamo nel 1972 e, conquistato dal funky di James Brown, Miles Davis getta le basi per quella che esploderà a New York come no-wave e in Inghilterra come avant-funk.

Non è un disco nero, quello cui Miles Davis mette mano scompigliando ancora una volta le regole per poi abbandonare per dieci lunghi anni i lavori in studio.

È un disco che trasmette piuttosto un senso di fluorescenza.

Campanacci, bongos, l’uso minimalista e ripetitivo del basso e quello liquido e psichedelico del wha wha, le unghiate di chitarra e le chiazze della tromba contribuiscono a creare un’atmosfera contaminata da autentico ghetto metropolitano. Ogni strumento agisce come un batterio, andando a creare un microclima da giungla urbana.

Nessuno sfoggio di virtuosismo fine a se stesso, nessuna esibizione di protagonismo. Miles Davis si butta nella mischia, si incarna uomo. Uomo nero fra gli uomini neri. Scimmia evoluta fra le scimmie evolute.

L’uomo bianco resta a guardare, impotente, davanti all’apoteosi del ritmo.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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