GREEN CIRCLES – Brass Knobs, Bevelled Edges (and in 23 different positions) (Off the Hip)

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Tra gli attori protagonisti degli Antipodean Screams lanciati dalla Off the Hip giusto qualche mese fa c’erano anche loro: i Green Circles da Adelaide, un’ottima band con diversi punti di sutura con la tradizione sixties che è riuscita a farsi sovvenzionare dai contributi statali ben due dischi. Sti’ cazzi! Ad entrambi, ovvio, massimo rispetto. Dicevamo che i punti di contatto dei Green Circles con la musica sixties sono tanti, e differenti: Brass Knobs, più del precedente Get on the Outside of This è infatti un disco discontinuo non per qualità ma per panoramica. Quello che infatti potremmo per comodità d’uso e di “gancio” mnemonico chiamare beat viene di volta in volta deformato in molte varianti. Dal garage punk al folk rock, dalla psichedelia al power pop. Tutto fatto con passione e classe, non con mestiere (ciò che uccide, ad esempio, i dischi dei Rubinoos, tanto per restare nel campo di chi ama essere il jukebox perpetuo del sixties sound, NdLYS). Le sagome di Ray Davies, Pete Townshend (ascoltate come viene impostato il riff portante della bella Black Vinyl Heart), Dom Mariani, Phil May che passano sullo schermo. La sensazione è quella di ascoltare un volume inedito delle Battle of the Garages quando ti poteva capitare di ascoltare in sequenza Vipers, Plasticland, Yard Trauma e Fuzztones e di percepirne, passando oltre alle divergenze stilistiche, le incredibili affinità estetiche e culturali.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE STROKES – First Impressions of Earth (RCA)  

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Gli Strokes non hanno mai ascoltato Ivan Graziani, ne sono certo. Dunque è solo un caso anzi un’”impressione”, la prima, che il loro terzo album si apra ESATTAMENTE come si apriva Pigro del musicista abruzzese, ovvero col passo disco-rock che fu di Monna Lisa e che qui viene ribattezzata You Only Live Once, aggiustando subito il tiro in un classico Stroke-style, con la voce scapestrata di Julian Casablancas e le chitarre riconoscibilissime di Albert Hammond Jr. e Nick Valensi. La seconda impressione è dunque che ci si trova ancora una volta, l’ennesima, davanti a This Is It. L’unica vera novità è una presenza più massiccia del basso, una baldanza che Nikolai Fraiture non aveva dimostrato prima e che “arrotonda” gli spigoli di canzoni come Juicebox, Heart in a Cage, On the Other Side e sembra trattenere a fatica l’ambizione di spostare il tiro su ritmi più disco.

Se però il tentativo di replica è riuscito per intero su Room of Fire, stavolta non si va oltre la prima facciata dell’album (chiusa peraltro da un improbabile pastiche per archi e voce che fa rimpiangere i Muse). Per il restante minutaggio gli Strokes si trascinano in ballate come Killing Lies o 15 Minutes che, complice il titolo, dà davvero la sensazione di durare cinque volte più di quanto meriterebbe, e in robaccia che sembra essere caduta dai guardaroba degli U2 mentre progettavano Zooropa.  

È l’ultima impressione: abitare sullo stesso pianeta degli Strokes comincia a diventare noioso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro