THE ACTION – Rolled Gold (Dig the Fuzz)

0

Nel 1968, con la band già diventata Mighty Baby e l’ala protettrice di George Martin ormai intirizzita, gli Action hanno ancora in mano quel famoso album che non avrebbero mai realizzato. Che nel frattempo, per come le cose si muovono in fretta negli anni della Swingin’ London, è già diventato altro evolvendo dalle inaugurali rivisitazioni dei classici soul della Motown ad una “zuppa di cioccolato per diabetici” carica di riverberi psichedelici e aperte armonie folk-rock, con Pete Watson che si alza dal tavolo troppo speziato e va via.

Quel famoso album viene pubblicato quasi venti anni dopo, quando attorno agli Action è montato un culto (su di loro verrà realizzato anche un documentario video e una bella biografia dallo stesso titolo In the Lap of the Mods) che non si è mai tradotto nel suono tintinnante di sterline e che rimase schiacciato nella morsa delle altre due band “rivali” della città: Who e Small Faces nonostante al tavolo gli Action si fossero seduti con in mano assi come Come Around, Brain, Something to Say, Follow Me che avrebbero fatto di qualunque disco solista di Paul Weller quel capolavoro che invece non ha mai pubblicato.   

La natura grezza delle registrazioni lascia intravedere quella che, con una adeguata post-produzione in studio, sarebbe diventata una delle perle della stagione freakbeat e che invece rimarrà un bruco cui sarà impedito di spiccare il suo unico volo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

r-3048576-1385764323-5843-jpeg

Annunci

LES NEGRESSES VERTES – Famille Nombreuse (Delabel)  

0

Alla fine è toccata modificarla a me, il 19 Agosto del 2016, la striminzita paginetta italiana di Wikipedia dedicata ai Negresses Vertes dove il secondo album dell’ensemble parigino giaceva col titolo storpiato in Famille Hereux forse da un decennio buono, a testimonianza di una disaffezione che il genio sregolato di Helno non merita. Anche sul sito inglese, poco ci si dilunga sulla storia di una band che, se non ha cambiato la storia della musica francese, ha avuto il merito di consegnare al mondo la faccia più sporca della sua capitale, quella dei giostrai, dei clochard, dei rom, dei quartieri meticci, delle zone malfamate. Quelle di cui dopo gli attentati dei tempi recenti la Francia si disfarebbe con gran piacere e di cui i Negresses Vertes cantarono le zuffe alcoliche, i balli improvvisati davanti alle roulotte, le dichiarazioni d’amore accompagnate da una chitarra flamenco, una tromba impertinente o un accordéon col mantice logoro.

Insomma, la memoria non è stata benevola e la storia sembra essersi accartocciata sui Negresses Vertes e averli trascinanti in fondo alla Senna, nonostante dopo la morte di Helno la band abbia tentato di tenere in qualche modo spiegato il tendone del suo circo, ormai forato inesorabilmente.

Famille Nombreuse sarebbe dunque diventato l’epitaffio artistico della formazione. Di lì a breve Zobi la mosca avrebbe punto al cuore il loro poeta alcolista per portarlo a ronzare altrove, privandoci di uno dei più brillanti giovani artisti francesi e lasciandoci soli, in compagnia di qualche suo clone. Famille Nombreuse ripercorre i quais già calpestati col disco precedente, forse con un tocco carnevalesco in più (Sang et Nuit, Hou Mamma Mia, Infidèle Cervelle). Come se ci invitassero a far festa. E come se questo invito ci servisse di monito.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

les_negresses_vertes-famille_nombreuse-Frontal

QUEENS OF THE STONE AGE – Villains (Matador)  

2

Rientro dalle ferie estive e trovo il nuovo e tanto atteso Queens of the Stone Age ad attendermi a braccia aperte. La notizia della produzione affidata a Mark Ronson ha dominato il gossip musicale per tutta l’estate nonostante qui in Italia se la sia battuta con quella affidata a Rubin per il nuovo di Jovanotti e dunque c’era moltissima curiosità attorno a Villains, predestinato a diventare il Disco-Inferno della formazione californiana. Dunque la domanda che ci ronzava in testa era: quanto Ronson troveremo dentro il nuovo QOTSA?
Tanto, tantissimo.

Peccato (o menomale che) non si tratti di Mark ma di Mick.

Villains è infatti una croccante, friabile fetta biscottata cosparsa di tanta marmellata bowiana. Che può anche voler dire trovarsi a tavola con i Muse, cosa che in effetti succede in chiusura del disco, ma che il più delle volte invece riesce a trovare una stilosa via di fuga dal classico, martellante hard-rock che ci si aspetta sempre debba venir fuori dalla chitarra di Josh Homme, così come da quella di Troy Van Leeuwen e da cui invece i due musicisti sembrano voler scappare sempre più sovente. La patina glam che gioca ai limiti col kitsch (i Muse, dicevo, ma anche gli ZZ Top degli anni Ottanta sembrano sempre dietro l’angolo) sempre più spessa con cui i QOTSA hanno deciso di rivestire la loro musica ne rinnova, se non la vitalità, perlomeno la grinta e Villains è il prodotto perfetto per soddisfare un pubblico che si lascia accontentare da poco, che non ha più bisogno di stupirsi e che regala applausi a piene mani ai propri idoli, qualunque cosa facciano. Pur di avere un sogno in cui credere e non rinnegare il proprio tatuaggio.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

FOUR BY ART – Inner Sounds (Area Pirata/Art Records)  

0

Da più di quindici anni la scena neo-sixties italiana ha una casa sicura. Una casa dove è possibile sfogliare vecchi, polverosi album di famiglia (Liars, Not Moving, Blackboard Jungle, Out of Time, ecc. ecc.) accanto a nuove foto, esposte alle diverse gradazioni di luce degli anni Sessanta.  

Una dimora pronta ad accogliere anche chi, per mille ragioni, è stato via per anni e adesso ha bisogno nuovamente di un rifugio. È successo già per Sick Rose, No Strange, Steeplejack, Effervescent Elephants. Succede, oggi, per i Four by Art, la cui intera produzione era già stata ripubblicata da Area Pirata una decina di anni e ai quali viene oggi attribuita, nonostante della formazione originale rimanga come unico detentore il solo Filippo Boniello che si trova dunque a coprire il ruolo che fu rispettivamente di Geppo e di Elvis Galimberti per i primi due album, l’uscita di Inner Sounds, il disco che si fa carico non solo di allungare il repertorio dei Four by Art ma di ricalibrarne lo stile ammanettandolo ad un volano dinamico che ricorda molto da vicino certe produzioni britanniche dei tardi Ottanta come quelle di Inspiral Carpets, Primal Scream o Charlatans: chitarre freakedeliche, fiati, cori soul, caratterizzano le lunghe tracce conclusive e si impadroniscono qui e là del resto del territorio (come nell’episodio in lingua madre di Allora mi ricordo che riaggiorna il beat nero dei New Trolls al groove meticcio della Manchester di cinque lustri dopo). Non mancano all’appello brani dall’approccio più diretto, come I Ask You (che gode, nonostante il suo piglio garage di piccoli accorgimenti di produzione che la rendono deliziosa), Home, I’m Burning, At Your Door, buone per scuotere zazzere e miniskirt in qualunque festa che meriti di essere definita tale.

F*>ck Dance, Let’s Art!

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THROBBING GRISTLE – 20 Jazz Funk Greats (Industrial)  

0

Beachy Head è un posto fantastico: una distesa verticale di pietra calcarea che si innalza a strapiombo per più di 550 piedi sul Canale della Manica. Se avete visto Quadrophenia, è quell’enorme scogliera da cui viene lanciata in acqua la Vespa di Asso.

Se invece non l’avete visto, immaginate un centinaio di corpi che si lanciano da lì per sprofondare esanimi in un abisso più confortevole di quello che stanno vivendo all’asciutto. È la stima annuale dei suicidi di cui Beachy Head è muto palcoscenico. Quello è il posto scelto dai Throbbing Gristle per lo storico e deviante scatto di copertina di 20 Jazz Funk Greats, con la band in posa come un’innocua pop band degli anni Sessanta.

Gli Shocking Blue, i Great Society, gli Stone Poneys, fate voi. 

Immersa nel verde come dei moderati figli dei fiori, la più estrema band inglese del periodo (e dei periodi a venire), fa quasi tenerezza. Con i suoi sorrisi rassicuranti, ci promette un disco di rinfrancante funk-jazz, come soleva fare Burt Bacharach prima di ogni Natale. Anche quell’anno, siamo nel 1979, il Natale è alle porte. Qualcuno cadrà nel tranello, potete giurarci.

Due anni dopo, quando la Fetish lo ristamperà con il corpo nudo di un defunto ai piedi della band, nessuno lo comprerà più a scatola chiusa.

In realtà il terzo album della più temibile compagine di sadici non-musicisti dell’area “industrial” di temibile ha ben poco. Si tratta di una galleria inoffensiva di installazioni ambient (TanithBeachy HeadExotica) illuminate da stroboscopi elettronici (WalkaboutStill Walking) o sistemate su pavimenti al plexiglass di chiara eco Moroderiana (Hot on the Heels of Love). Unico momento di vero straniamento la torbida Persuasion, dominata dalla voce asettica di Genesis P-Orridge e da urla strazianti e pianti ben distribuiti su due alienanti, persuasive note di basso.

La musica dei Throbbing Gristle si scopre d’un tratto marginale a quanto essa stessa ha contribuito ad ispirare.

Le nefandezze e il respiro ferale della società industriale troveranno modo di suppurare nelle pustole infette di Test Dept. ed Einstürzende Neubauten.

La scogliera di Beachy Head, dal canto suo, continuerà a testimoniarne il fallimento.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

throbbing-gristle-20-jazz-funk-greats-01

COLDPLAY – Mylo Xyloto (Parlophone)  

0

Non sempre dietro una grande opera progettuale, dietro un’idea, dietro un cambiamento si nasconde una ispirazione artistica altrettanto valida. Non sempre, perlomeno, all’obiettivo prefissato corrispondono risultati altrettanto validi. Le ambizioni dei Coldplay, già rivelate con il disco precedente, di lavorare come le grandi band degli anni Settanta attorno a un “concept album” si materializzano adesso con Mylo Xyloto, una pop opera ambientata nella immaginifica città di Silencia che coinvolge ancora una volta Brian Eno, stavolta non più e non soltanto come musicista aggiunto o produttore ma nei panni di “architetto” di lusso.

In termini strettamente musicali, tuttavia, il risultato è di una pochezza disarmante.

Mylo Xyloto porta alle estreme conseguenze quel gusto per la parata sinfonica già esplorata su X&Y e che qui assume le dimensioni di un abbagliante impianto luci pronto ad illuminare a giorno quello che è diventato uno spettacolo ridondante di isteria collettiva, di sbornia pop accostabile a quella di Madonna, Lady Gaga o Rihanna (che non a caso viene avvicinata dalla band per prestare la voce all’imbarazzante Princess of China). La musica del gruppo inglese si reinventa musica per sfilate di moda, per saggi di danza, per salite ascensionali virtuali quando sei col culo seduto su una bici da spinning e credi di essere il padrone del mondo quando invece stai solo rassodando i glutei.  

Il suono dei Coldplay diventa quello di mille pailettes che esplodono in aria, facendo da cornice a quel movimento ascensionale che, bucate le fosche nubi di Viva la Vida, si è trasformata in una ascensione al Cielo.

Chris Martin diventa Santo.

Il mondo si prepara a sborsare fior di quattrini per assistere alle sua apparizioni.

Qualcuno lo vede piangere lacrime di sangue.

Qualcuno lo terge con delle banconote.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SFERA EBBASTA – Sfera Ebbasta (BHMG/Roccia Music/Universal/Def Jam)  

2

I più giovani fra i miei lettori mi chiedono se mi piace Sfera Ebbasta.

E io rispondo “no”. Ma non “no” ebbasta.

Rispondo che no, non mi piace. E che il fatto che non mi piaccia non è da prendere come una condanna al rapper di Cinisello Balsamo. Tutt’altro. Il fatto che non piaccia a chi si affaccia alla soglia dei cinquant’anni ne legittima paradossalmente il messaggio. Il fatto che il “Trap King” si faccia così sfacciatamente portavoce di valori che cozzano con quelli della mia generazione o con quelli che nel ruolo che la ruota della vita ci ha obbligato a vestire (genitori, educatori, insegnanti, ecc.) ci impegniamo a difendere o trasmettere peccando spesso in coerenza ne rinvigorisce la sua forza.

La musica e il messaggio di Sfera sono il prodotto della civiltà contemporanea. Che va oltre l’edonismo dei nostri venti anni, della nostra società del “sono in quanto ho” ma si appropria del territorio esibendo conquiste consumistiche di lusso ed esclusive (il Rolex, i vestiti griffati, le Lamborghini, il Mercedes) moralmente discutibili che certificano uno status di ricchezza non solo raggiunta ma ostentata con spregio, con sfacciataggine estrema. Tutto ciò che era condannabile senza possibilità di appello negli anni Settanta, che veniva messo alla berlina mediatica dagli zoom dei paparazzi negli anni Ottanta e che veniva ritenuto moralmente inaccettabile nel rap militante degli anni Novanta, diventa qui protagonista assoluto.    

È una società parassitaria, sgombra di miti che non siano quelli del possesso egocentrico fine a se stesso, cresciuta come muschio sulle piante che abbiamo innaffiato di più e che evidentemente non erano le stesse per le quali mostravamo, mentendo, di avere più cura. Condannabile nella misura in cui riusciremmo a tirarci fuori dal vortice civettuolo, dal falso perbenismo, dalla nevrosi da sovraesposizione, dal sudicio maschilismo vomitato sulla pagina della Leotta e dal cannibalismo vorace che invece noi stessi alimentiamo nelle vetrine pubbliche fuori e dentro i social network, amputando una parte di noi stessi che preferiamo invece mantenere “periferica”.

La musica di Sfera Ebbasta amplifica, nelle liriche, nell’uso esasperato dell’auto-tune e di stranianti beat esanimi (non c’è uso di campionamenti “consapevoli”, di flash che cerchino ponti emotivi col passato o che cerchino di agganciare in qualche modo la memoria collettiva) quel marciume e si innesta con prepotenza dentro la grande macchina senza fare propaganda politica, rifiutando il buonismo di facciata, rendendo collettivo l’egoismo arrivista più spietato proprio come avviene nei social che, propagandando l’inizio di una nuova era di relazioni sociali, sono invece diventate le cesoie che hanno reciso i deboli fuscelli dei rapporti umani.

Mettendoci di fronte al nostro stesso fallimento, Sfera Ebbasta ci impone di non accettarlo nel novero degli artisti che salveremmo dalle fiamme dell’Inferno.

Perché noi siamo uomini probi e perdoniamo solo Barabba e Jovanotti.

Ebbasta.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

PATTI SMITH GROUP – Wave (Arista)

3

Il punk come fenomeno “di massa” attecchì in Italia con grandissimo ritardo. Se lo considerassimo come atto situazionista, praticamente un millennio dopo. Bloccato a destra dalla censura che dominava i mass-media e a sinistra dalle frange politicizzate che invece dominavano la strada e tiranneggiavano nei grossi eventi musicali cercando di imporre la loro idea assurda di “musica gratis” e ponendo veti altrettanto illogici sugli spettacoli. Parossisticamente il punk esplode da noi a ridosso di un evento e ad un disco che di punk non hanno neppure l’ombra. Sono i concerti di Patti Smith di Bologna e Firenze del 1979 di supporto a Wave, il famoso album con tanto di dedica a Papa Luciani, morto esattamente un anno prima. I punk italiani fanno la conta (e sono tanti, non se ne sono mai visti tanti ad un concerto di Patti Smith, NdLYS) dopo aver letto una citazione da Azione Cattolica appiccicata al disco di una che, un po’ ovunque, viene chiamata “sacerdotessa”. Tutte coincidenze che io cerco forzatamente di veicolare, ovvio. Ma storicamente questo è quello che avviene qui da noi. Il tutto sotto una cappa di piombo. Con la Smith scortata da proletari armati e sotto l’intimidazione di non esibire la bandiera americana come è solita fare, per scongiurare eventuali rappresaglie. Ce n’è abbastanza per spingere la cantante americana a mollare, schifata, il circo del rock. Cosa che infatti avverrà non appena scesa dal palco, per dieci lunghi anni.

Pochi mesi prima aveva dato alle stampe Wave, il disco più restauratore della sua quadrilogia classica, adagiato su un rock ordinario e ordinato e comodamente appoggiato all’asse terrestre che il punk sognava di inclinare e che invece è rimasto fisso sui suoi 23° 27.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THIN WHITE ROPE – I crotali del deserto interiore

10

Nella gran confusione di ombre lunghe e polvere da sparo che la restaurazione del Paisley Underground portò nel mondo del rock americano degli anni Ottanta, qualcuno pensò che la Sottile Corda Bianca potesse essere assimilata a una di quelle che pendevano spesso da qualche trave per portare al Sommo Giudice un’anima già giudicata, alleggerendogli il lavoro, dimenticando che nel fantasioso universo parallelo di William Burroughs questa metafora servisse a descrivere una striscia di sperma. Fu questo il nome scelto da Roger Kundel e Guy Kyser all’indomani dello scioglimento degli effimeri Lazy Boys per dare un senso di fertilità straripante al nuovo progetto musicale.

Quando nel 1984 registrano Down in the Desert, il pezzo che l’anno successivo aprirà il loro disco di debutto, non sanno neppure loro che stanno costruendo un archetipo sonoro che li imprigionerà loro malgrado per tutta la loro esistenza. Il desert-rock che viene coniato per definire da subito la loro musica nasce in fondo da questo malinteso. Il deserto evocato dai deliri fantastici di Kyser è in realtà geograficamente situato molte molte miglia più a sud della loro soleggiata e pacifica Davis, nella zona del Mojave. Eppure nelle allegorie usate da Guy per descrivere un’adolescenza che, nonostante gli agi che la sua benestante famiglia gli concede, rimane inquieta, il deserto resta paradossalmente l’habitat prediletto per parlare dei suoi animali domestici che diventano mostri preistorici e di ragazze che evaporano come miraggi sotto la canicola. Musicalmente, nella sua opera di reinterpretazione della tradizione del rock americano di due decenni prima (i Quicksilver Messenger Service, i Velvet Underground, Johnny Cash, Neil Young, la country music) Exploring the Axis è più vicino ad Up on the Sun dei Meat Puppets che a Medicine Show.

È un rock che conosce le smorfie del disappunto e del dolore.

Che si stende al sole californiano ma spesso proietta ombre che hanno la sagoma degli spolverini della wave inglese (l’uso del basso in pezzi come SoundtrackLithiumDisney Girl o Atomic Imagery, il cantato “contratto” di Kyser che ha ben poco a che spartire con il tranquillizzante e passionale canto del cerimoniale rock a stelle e strisce, NdLYS). Il geologo Kyser ci trascina per i capelli nel suo deserto. Che è in tutto e per tutto simile al nostro. C’è dentro tutto lo stesso chiasso e tutto lo stesso silenzio di cui ci circondiamo nostro malgrado.    

 

                                                                                 

A due anni dal debutto, i Thin White Rope hanno già una solidissima base di fans (gli Swinging Danglers) e hanno perfettamente definito i contorni di un suono che Exploring the Axis “esplorava” già in maniera personale ma ancora sfocata.

Moonhead, l’album che li riconsegna alle scene, mostra un gruppo all’apice della sua forma, totalmente conscio delle proprie abilità, assolutamente capace di manovrare con estrema destrezza un suono che è erede diretto della psichedelia malvagia ed espressionista dei Television. La solitudine psicologica di Kyser lo spinge in un deserto ancora più disabitato, che non è più quello terrestre.

È l’isolamento cui Kyser si abbandona nello spazio acustico di Thing, disturbato solo dal crepitio elettrico della sei corde di Roger Kunkel che lo affianca come uno spirito negli ultimi secondi di una country song ridestando lo spirito sinistro che incombe implacabile sul resto dell’album e sull’intera discografia della band californiana. E’ questo velo sciamanico a rendere la musica dei Thin White Rope così unica e distante sia dal resto delle formazioni Paisley cui vengono accostati più per comodità che per affinità spirituale, sia dal rampante indie-rock che sta conquistando la scena (Pixies, Dinosaur Jr. in primis) e che da lì a breve diventerà un affare colossale da cui i TWR non trarranno però alcun beneficio.

Moonhead non tenta un’operazione di restauro delle radici ma si sviluppa proiettando ombre scure sul terreno della musica tradizionale americana. Quello che viene fuori, pur sotto un vero turbine di chitarre acide che lavora alacremente per modellare le sagome di questo canyon che il suono dei Thin White Rope sembra disegnare, è un paesaggio inquietante e spettrale che ha più di un ponte di collegamento con certo post-punk inglese. Una tensione che resta sempre accesa, come se la band suonasse circondata da branchi di coyote inaspriti dalla fame e che Kyser si guarda bene dallo smorzare, giocando piuttosto proprio su questo senso di perenne minaccia che la sua musica sembra portarsi addosso e che viene sventolata con fierezza, come un vessillo di fede, uno stendardo di luogotenenza allo sconfinato esercito dell’inquietudine.

A ridosso di Moonhead esce Bottom Feeders, un mini-lp che, come sarà vezzo della band per tutta la carriera, ha il doppio compito di presentare ai fan i risultati delle varie campagne acquisti (in questo caso è John Von Feldt a sostituire il quattro corde di Stephen Tesluk inaugurando una giostra di avvicendamenti alla sezione ritmica che non avrà mai fine) ma soprattutto di promuovere la band con agilità in Europa, terra di conquista e ultima frontiera del sogno di Kyser.  E’ un piccolo campo da allenamento dove la band mette alla prova i nuovi ingaggi, cimentandosi in qualche cover (in questo caso Ain’t That Loving You Baby e Rocket U.S.A), rimodulando qualche vecchio pezzo e provandone di nuovi.

Se i Green on Red erano i Doors, i Long Ryders i Byrds e i Dream Syndicate i Velvet Underground, i Thin White Rope erano i Television del Paisley Underground. Guy Kyser e Roger Kunkel sono le chitarre più visionarie dell’intero movimento.

Dodici sottili corde di nichel che si intrecciano tra loro come nastri d’argento.

Dopo le suggestioni polverose e desertiche dei primi dischi, la musica dei Thin White Rope riposa adesso sotto un enorme sombrero sfoggiando la sua melanina mariachi. Un’abbronzatura fasulla che non serve a squarciare il velo di malinconia che avvolge come un cellophane la musica della band californiana esibita su In the Spanish Cavenonostante l’esuberanza country di Mr. Limpet posta in apertura voglia illuderci dell’esatto contrario. Il “sole rosso” dei Thin White Rope è un sole bastardo che brucia la pelle ma non la scalda. E la voce di Guy non si concede alla bellezza, giocando a fare il lupo mannaro anche dopo che la luna ha lasciato sgombro il cielo rosso del suo amato deserto. Sotto la sua voce, il suono della band si muove con abilità e disinvoltura disarmanti, tracciando un filo che collega Woody Guthrie e Johnny Cash ai Grateful Dead e ai Television. Country&Western, acid-rock, psichedelia

Rimane però, nonostante il cambio di bassista, il contrasto tra il suono torbido delle chitarre (come negli splendidi ricami di Red Sun o nell’incedere zoppo di Munich Eunich) e il suono freddo della sezione ritmica, in particolare della batteria. Un limite di produzione che graverà su tutta la prima fase della carriera del gruppo arginando l’impatto del suono di frontiera dei Thin White Rope e portandolo talvolta (si ascolti Astronomy) pericolosamente vicino a una versione sporca dei Dire Straits, chiudendo dentro un barattolo ermetico l’acido che cola copioso dalle chitarre e il latrato blues che Guy sembra tirar fuori più dalle sue viscere che dalla sua gola messa a dura prova dall’abuso di alcol che colora i giorni della grotta spagnola.

Sul fondo del mare i pirati giacciono senza la loro bottiglia di rum.

Sopra di loro la California aspetta il suo Big One.

È ancora Red Sun a dare forgia al nuovo miniLP  pubblicato per presentare un nuovo avvicendamento, stavolta ai danni di Josef Baker. Dietro le pelli, sul disco, lui c’è ancora, ma su quattro dei sei brani a prendere posto siede Frank French dei True West. Il pezzo chiave del precedente album viene spogliato e presentato in una versione unplugged, con un contorno di cover da brivido fra cui spicca una splendida Some Velvet Morning che da lì in avanti finirà in tutte le scalette live del gruppo e in tutte le raccolte postume che li riguardano.

 

Il nuovo decennio porta una piccola/grande novità per i Thin White Rope: il piccolo marchio della RCA che si affianca a quello della Frontier indica, forse, che la band ce l’ha fatta. O che ce la potrebbe fare.

Non solo. Sack Full of Silver allarga la formazione ad un secondo bassista. Si tratta di Stephen Siegrist dei Sin Eaters (la roots band di San Francisco in cui militò anche Ted Leo dei Pharmacists, NdLYS) che ha il compito di affiancare Von Feldt per dare una spinta ritmica che tuttavia resta piacevolmente impigliata nelle maglie chitarristiche del tipico suono della formazione o si piega, assecondandone le voglie, alle derive country e folk che Kyser sembra voler stavolta toccare con decisione su canzoni come On the FloeTriangleThe Ghost (quasi una variazione neppure troppo originale di In the Pines). I capolavori si chiamano invece Sack Full of Silver (zoppa ballata condotta da un malinconico accordion), Diesel Man (i R.E.M. di Monster prima dei R.E.M. di Monster), le sacche Television che galleggiano su Americana e i cambi di passo di Whirling Dervish, messe lì a ricordarci che il sole, in California come altrove, è un gioco d’ombre e non solo di luci.

Von Feldt lascia la band già durante le registrazioni dell’album, tanto che per il mini Squatter’s Rights uscito a soli due mesi il suo ruolo è già stato preso da Stooert Odom. Ancora tutte cover, qui dentro. Ad eccezione di un curioso brano cantato in origine da Kyser con gli italianissimi Avion Travel e commissionato da Lina Wertmuller per la colonna sonora di In una notte di chiaro di luna (ma qui suonato per intero dai Thin White Rope), a tradire il suo bisogno di fuggire dai luoghi comuni in cui i TWR si sono, un po’ colpevolmente, adagiati. Stanco, come lui stesso dichiarerà, di essere associato al deserto e ai cadaveri delle vacche.

 

Analogo bisogno esprime il tuffo tra le acque vermiglie di The Ruby Sea che è però un bagno tutt’altro che rigenerante.

Si respira un’aria di disfatta, come se dentro quell’imbarcazione che ha lasciato il deserto per avventurarsi al largo ci fosse una ciurma sfinita dalla calentura, partita per nuove terre da esplorare di cui però non si scorge traccia all’orizzonte.

L’isolamento che Guy Kyser si autoimpone per scrivere il nuovo materiale non dà i frutti sperati e anche l’aggiunta di qualche “scarto” delle passate stagioni non aumenta il livello qualitativo di un disco che sa di tempesta placata e che è un po’ la caricatura dell’impetuoso vento desertico dei Thin White Rope, ora ammansito in un country rock più ordinario che sono quasi un preludio alle “canzoni da campo” di Mark Lanegan e delle ballate dei Grant Lee Buffalo (Bartender’s DogThe Clown SongUp to Midnight avvolta nel coro delle sirene) o un tentativo fallito (Christmas SkiesThe Lady Vanishes) di imporre Kyser come il crooner del Mojave.

Alla fine della traversata il capitano Kyser e i suoi marinai si adagiano sulla costa, stremati. Le vele si sono arrese al logorio dei venti e le funi, tutte, si sono al fine spezzate. Anche quella bianca e sottile.

Guy svuota gli ultimi granelli di sabbia rimasti nella sua clessidra sulla spiaggia del nuovo, sconosciuto approdo. Sabbia tra la sabbia. Di nuovo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

thin-white-rope1_1387149574

FLAMIN’ GROOVIES – Fantastic Plastic (Sonic Kicks)

3

È dal Luglio del 2013, in seguito ad un incontro più o meno casuale su un palco di Londra in cui Chris Wilson ha modo di riabbracciare il vecchio compagno di merende Cyril Jordan, che i Flamin’ Groovies in formazione amarcord girano per il mondo riproponendo il loro storico repertorio. Una ritrovata sinergia, quella della coppia Jordan/Wilson, che non poteva non concludersi in studio. Ecco dunque che, esattamente quattro anni dopo, viene dato alle stampe un nuovo lavoro inedito firmato Flamin’ Groovies.  

Fantastic Plastic, registrato un po’ per volta alla fine di ogni tour vede fianco a fianco Wilson, Jordan e Alexander, come ai tempi di Shake Some Action. Sin dall’attacco di What the Hell’s Goin’ On l’effetto deja-vu è immediato, implacabile e la sensazione che i Groovies possano aver tirato fuori un disco dignitoso viene confermata man mano che ci si inoltra nell’ascolto delle restanti undici tracce, vestite di quelle chitarre luminose che furono il tratto distintivo della loro produzione degli anni Settanta e che tornano a splendere su End of the World e sulla cover di I Want You Bad degli NRBQ e a concedersi addirittura un bagno nel boogie dell’era Supersnazz su Crazy Macy. E se la nuova versione di Let Me Rock (il primo pezzo in assoluto scritto dalla coppia Wilson/Jordan e pubblicato nel lontano 1973 dalla Skydog sull’EP Grease) tradisce l’esigenza senile di ripulire la grezza irruenza degli anni giovanili e qualche brano sembra buttato lì tanto per raggiungere il minutaggio previsto (lo strumentale I’d Rather Spend My Time With You con una comparsata di Alec Palao al basso o la cover di Don’t Talk to Strangers dei Beau Brummels), complessivamente Fantastic Plastic, complice anche la bella copertina disegnata da Cyril Jordan in omaggio allo stile di Jack Davis, è un ritorno in scena finalmente degno di venire illuminato da qualche riflettore.        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro