EUGENIO FINARDI – Diesel® (Cramps)

La disillusione che consegnerà gli anni Settanta a quelli che proprio Finardi per primo definirà “gli anni del reflusso” si insinua lentamente ma in maniera sempre più decisa tra le pieghe delle canzoni del cantautore meneghino, fino ad approdare anni dopo sulle coste di Cuba. Che era anch’essa una canzone ribelle, ma stavolta schierata contro la ribellione stessa, degenerata nei mostri del brigatismo di bandiera di cui parlerà ancora più avanti su Paura e nell’accartocciamento degli ideali per cui anch’egli si era speso, come invece canterà su Zerbo.   

Facendo suo uno degli slogan sessantottini, Eugenio Finardi usa la sua musica per rendere pubblico il privato e privato il pubblico, creando un disco come Diesel®  dove entrambi gli aspetti vengono sviscerati senza pudore, raccontando della prima esperienza sessuale su Non è nel cuore e culminando con una confessione del suo passato da eroinomane su una canzone scomoda come Scimmia. Un atteggiamento schietto che le frange più oltranziste e ottuse del “movimento” giudicheranno ambiguo e poco pertinente alla presunta “purezza” del movimento stesso.

Ma Finardi è uno che non le manda a dire e, dalle parole delle sue canzoni o dai microfoni di Radio Milano Centrale, dal palco del Parco Lambro o da quelli di qualche Festa dell’Unità (in una di queste, nel ’78, verrà prima sfiorato da tre pallottole e poi preso a sassate da una folla ormai vittima di una ideologia delirante) spenderà sempre parole critiche e brutali sulle falle pragmatiche del movimento. Diesel®  conferma la formazione del disco precedente, con l’aggiunta di una sezione fiati che fa già bella mostra di se sull’inaugurale Tutto subito, un rock ‘n roll abbastanza ordinario (soprattutto se confrontato con la Musica ribelle che aveva aperto Sugo®) dentro cui scorre già molto del Vasco Rossi che verrà. Il vero capolavoro musicale del disco si trova invece stavolta quasi in fondo alla scaletta ed è il bel funky nervoso ed urbano che dà il titolo all’album mentre la vetta lirica è probabilmente Non diventare grande mai dove accanto agli slogan marxisti Finardi stende al sole le sue velate critiche alle scelte “popolari” abbracciate da molti senza alcun bagaglio culturale o senso critico, accettate senza imporre la propria individualità ma facendosi travolgere dall’entusiasmo di un’idea che, in quanto collettiva, in quanto pluralista ed antagonista allo status quo, diventa giusta e condivisibile da default.

Bellissima ancora una volta la copertina dove tutti gli elementi ricorrenti della grafica di Sassi (il font Remington Alsa, le polaroid, l’accostamento disturbante fra oggetti apparentemente disomogenei, l’uso della erre cerchiata ad indicare la mercificazione dell’arte, i simboli del lavoro e della vita ordinaria, l’effetto trompe l’oeil di alcuni elementi in contrasto con la bidimensionalità dell’insieme) esplodono in tutta la loro potenza iconografica confezionando adeguatamente uno dei più spregiudicati dischi d’autore della musica italiana.           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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