BIG AUDIO DYNAMITE – This Is (CBS)  

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Se Cut the Crap è unanimamente considerato un tradimento alla memoria dei Clash, con l’album pubblicato contemporaneamente da Mick Jones assieme al vecchio compare Don Letts, il mondo si è sempre dimostrato più tollerante e ben disposto.

In realtà, i due ex soci-in-affare, realizzano due dischi straordinariamente siamesi. Il che lascia presumere che, con buona approssimazione, pur senza sciogliere il sacro patto di sangue, i risultati di Cut the Crap non sarebbero stati molto dissimili da quelli che Strummer si fece carico di portare in sala di registrazione orfano di Jones.

L’ibridazione sonora degli ultimi dischi collettivi faceva i conti, in entrambi i casi (ma nei B.A.D., grazie al contributo attivo di Don Letts, un po’ di più), con una contaminazione elettronica (beatbox e campionamenti nel caso dei Big Audio Dynamite) e un crogiuolo stilistico frivolo e capriccioso che non sviluppa ma bensì isola alcuni degli elementi presenti su dischi come Sandinista! e Rat Patrol from Fort Bragg per presentare una fusione non del tutto compiuta con le nuove musiche del ghetto e dei quartieri proletari.

Il primo risultato di questo melting pot è This Is, incerto ma alquanto pioneristico (va ricordato che il primo “successo” inglese realizzato con l’uso massivo dei campionamenti, ovvero Pump Up the Volume, gli è più giovane di due anni mentre lo storico Licenced to Ill che sdoganerà l’uso del sampling al pubblico bianco americano non verrà pubblicato prima del 1986, NdLYS) debutto della nuova crew di Mick Jones.

Non tutto funziona alla perfezione, dentro la nuova macchina. Il suono sembra aver perso la tridimensionalità e, nonostante lo scatto di copertina non faccia rimpiangere quelli di Pennie Smith, i toni barricaderi delle opere dei Clash e, soprattutto, NOI abbiamo perso i Clash e il nostro orgoglio non può che essere risentito. Jones si relega nelle retrovie, concedendosi un assalto solo su The Bottom Line. Per il resto rimane assiepato, con le foglie di eucalipto ficcate dentro la rete dell’elmetto, a mimetizzarsi dentro una giungla di tastiere, drum machines, fischi, echi western che affiorano come nella seminale The Mexican dei Babe Ruth di tredici anni prima e ritmiche hip-hop che sembrano strizzare l’occhio a Grandmaster Flash e Sugarhill Gang.

E noi che lo si voleva vedere con in mano un mitra, a difendere l’ultimo fortino della vecchia roccaforte sinistroide, facemmo una smorfia sdegnosa.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro