THE DREAM SYNDICATE – How Did I Find Myself Here? (Anti-)  

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La reunion dei Dream Syndicate non è quel sogno che volevamo fosse.

In camera d’assemblea non vedrete Karl Precoda, ne’ Dave Provost ne’ tantomeno Kendra Smith (presente però “in spirito” su Kendra’s Dream) o quel Paul D. Cutler che aveva accettato di salire sul palco del McCabe’s di Santa Monica per una estemporanea reunion esattamente dieci anni fa. Del nucleo storico sono presenti solo Steve Wynn e il drummer Dennis Duck, cui si aggiunge quel Mark Walton chiamato a sostituire Provost al giro di boa degli anni Ottanta e della loro carriera.  

Purnondimeno iscritti e associati si troveranno ancora una volta pronti ad esibire la loro tessera pur di sentirsi ancora parte di quel “sogno”.

Del resto, con pochissime rare eccezioni (Sure Thing, Halloween, Bullet with My Name on It) la firma di Wynn era in calce ad ogni comunicato sindacale redatto da quella sigla, per tutti e otto gli anni del suo mandato ed appare dunque del tutto naturale che per i vecchi (eh si…) fan dei Dream Syndicate quest’anno il Natale arrivi con tre larghi mesi di anticipo nel rivedere il caro amico riappendere la vecchia insegna davanti al suo drugstore, felici di “trovarsi qui” e conoscendone bene il motivo, a differenza da quanto dichiarato dallo stesso Wynn nel titolo del “suo” nuovo lavoro.

L’(in)atteso How Did I Find Myself Here? è dunque il nuovo lavoro dei Dream Syndicate. Ma a ragion veduta potrebbe pure non esserlo, visti gli esigui richiami al suono con cui è ragionevolmente lecito identificare la band. Rimangono, è vero, certe limpide influenze mutuate dagli eroi di sempre (Lou Reed, Neil Young e Tom Verlaine) ma la vecchia dottrina del Sindacato viene adesso ravvivata da una neppure troppo vaga fame di rumore che sembra piovere direttamente dai cieli elettrici di  Pixies (80 West), Jesus and Mary Chain (Out of My Head), Telescopes (Kendra’s Dream) e Dinosaur Jr. (The Circle) e da un più marcato e più “british” (qualcuno ha detto Robyn Hitchcock?) senso melodico snaturando un po’ il classico suono dei Dream Syndicate ma dimostrando che il loro leader non ha perso la voglia e l’abilità di maneggiare petardi e scagliarli in mezzo alla folla.

Il vecchio gusto per le jam rivive negli undici minuti della title-track, risolta alla stregua di una versione asciutta di Riders on the Storm.  

Steve Wynn ne esce ancora una volta vincitore, anche nella scelta di riaccendere vecchi entusiasmi scegliendo di pubblicare come Dream Syndicate un disco che avrebbe potuto benissimo realizzare col proprio nome aggiungendolo alla sua pregevole, ma meno ricercata, collezione personale.

Questi, sono i giorni di Wynn e delle rose.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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VINICIO CAPOSSELA – All’una e trentacinque circa (CGD)  

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Il disco con cui Vinicio Capossela si “affaccia” (letteralmente) al grande pubblico non promette nulla di buono. Sulla copertina, il musicista italo/tedesco, sta seduto con i gomiti appoggiati alle ginocchia, le maniche appoggiate ai gomiti,  la mano destra appoggiata al mento, la giacca appoggiata alla spalla, gli occhi appoggiati su qualcosa o qualcuno. Nessuno sa ancora chi sia Vinicio e dove vuole arrivare. Facile dunque accostare quella posa a quella di un ammalinconito Pino D’Angiò o di un Sergio Caputo meno ottimista e sorridente.

E in effetti, nonostante agli esordi il riferimento musicale più prossimo sia con il jazz fumoso di Paolo Conte e certo swing cialtrone alla Buscaglione, il sogno del giovane Capossela è quello di diventare un cantante confidenziale da night club, in una visione poetica e Waitsiana di un’America che non potendo stare in ginocchio, ha scelto di stare seduta. A fare compagnia alcolica a chi di compagnia ha bisogno.

All’una e trentacinque circa è immerso in questo mondo in cui la solitudine che riaffiora va subito annegata in un buon bicchiere di bourbon, per lasciarla affogare, stordita. Non c’è molto del Capossela zoppicante ed epico che verrà e che ancora nessuno aspetta.

Come i migliori autori da night club Vinicio si racconta al pianoforte ad un pubblico disattento. In questa malinconia intima Capossela si fa portavoce di un disinganno che è condivisibile ma non condiviso, in quanto periferico al contesto in cui è ambientato. Le musiche che lo accompagnano non hanno ancora assimilato il gusto esotico che farà capolino nei dischi immediatamente successivi ne’ tantomeno c’è alcun indizio della ricerca antropologica che sboccerà copiosa sui dischi della maturità. Tutto il disco sfuma piuttosto su soffusi toni jazz e qualche scattante numero barrelhouse.

Vinicio è piegato sui tasti.

Tutt’intorno è fumo e odore di alcol versato.

Qualcuno meno distratto e più infelice degli altri si avvicina chiedendogli di suonarla ancora. Come in una vecchia pellicola americana.

Il maestro si asciuga il sudore, si versa un altro po’ di assenzio, e ricomincia da capo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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