THE MOTHERS OF INVENTION – Freak Out! (Verve)  

L’ultima frontiera della follia “social” si chiama Sarahah: tu individui qualcuno cui vuoi paventare il tuo odio, il tuo risentimento, il tuo amore e, in maniera anonima, gli scrivi quello che pensi. Una baggianata inutile e meschina di cui Frank Zappa non avrebbe certo avuto bisogno. Lui ci ha sempre messo la faccia, in quello che diceva. Anche quando si scagliava, con il disco pubblicato nella culla del movimento hippie, contro il movimento stesso. Scegliendo sin dall’inizio di farsi odiare anche da chi era chiamato a legittimare la musica e le idee dei suoi Mothers of Invention.

Inimicandosi gli amici, che tanto i nemici erano già tali.

Vendendo ai capelloni la stessa musica da cui stavano scappando (l’eleganza lambiccata del doo-wop, ad esempio), criticandone gli eccessi liberali (l’uso delle droghe di cui Zappa si professò da subito acerrimo nemico), restaurando la vetusta ideologia sessista in loco delle nuove spinte femministe sul ribaltamento o la parità dei diritti di genere e imponendo al suo gruppo e a chiunque gli si avvicinasse un dispotismo dittatoriale che cozzava con gli inconcludenti aneliti democratico-popolari del “movimento” e travestendo il tutto con le vesti dell’eccesso e sotto la bandiera di una chiamata alle armi, Frank Zappa metteva in atto, nel pieno del fermento hippie, la sua prima scellerata azione di follia dissacratoria e di satira al vetriolo puntando il dito sulla stessa controcultura e i suoi miti pacifisti da cui egli si sarebbe sempre tenuto alla larga e che sarebbe tornato a sbeffeggiare a più riprese durante tutta la carriera, fino ad oltrepassare la barriera del buon gusto sulla astiosa We’re Turning Again venti anni dopo.  

Per realizzarla il musicista di origini siciliane si era trasferito ad Hollywood, prendendo in affitto un cottage al 1819 di Bellevue Avenue, a ridosso della Hollywood Freeway e a pochi isolati dal Sunset Boulevard, l’arteria dove fiorivano i locali “in” della città: il Whiskey au Go-Go, il Ciro’s (dove i Byrds suonavano come gruppo “di casa” e dove i Mothers avvicinarono, con successo, la combriccola dei “Freaks” di Vito Paulekas che facevano da coreografia viva e pulsante alle esibizioni della band di Los Angeles), El Mocambo, il Trocadero, il Roxy, il Rainbow, il London Fog, il Ben Frank, il 5th Estate, il Trip (dove i Mothers si sarebbero esibiti accanto ai compagni di scuderia e di produttore Velvet Underground sputandosi quasi in faccia), il Galaxy, il Gazzari’s, l’Action (dove i Mothers ottennero il primo ingaggio per un mese di concerti).

L’incontro con Tom Wilson, reduce dal successo al banco produzione per Dylan e Simon & Garfunkel (e artefice della svolta elettrica di entrambi) e appena nominato A&R dalla Verve-MGM, è determinante nella realizzazione del progetto Freak Out!. La grande considerazione di cui gode Wilson negli ambienti frutta ai Mothers un budget impensabile per una produzione di quel tipo, assecondando le manie di grandezza di Zappa che può così svestire in qualche occasione i panni di burlone per vestire quelli più accademici di direttore di orchestra, pur se vestito come l’Ape Maia.  

Il risultato è un disco dalle anime molteplici. Figlio del surrealismo e delle avanguardie della musica colta così come delle musiche popolari e di consumo (sconfinando nei jingle delle rèclame), degli esperimenti su nastro cui Zappa si dedicherà con dedizione maniacale e della parodia cui si applicherà con altrettanto metodo, rabberciato tra denuncia sociale, cronaca, proclami di appartenenza, squarci di vita privata, sprezzante amore per il cattivo gusto, omaggi satirici (da Dylan a Presley), esaltazione del delirio orgasmico in opposizione al sentimentalismo affettivo da ottuagenario in crisi emotiva, sguardi da voyeur, pop-art e dadaismo.  

È un disco che vaga con nonchalance tra gli estremi del commestibile (i quadretti rassicuranti di How Could I Be Such a Fool, Go Cry on Somebody Else’s Shoulder, You Didn’t Try to Call Me) e dell’assolutamente indigeribile (le pièce quasi paranormali di Who Are the Brain Police?, Help, I’m a Rock, o The Return of the Son of Monster Magnet), dal formalismo più bieco e bigotto all’anticonformismo più dissennato e disinibito. Fra questi due estremi vagano, quasi sperdute, due meteoriti rock come Hungry Freaks, Daddy e Trouble Every Day. Roba che, una volta entrata a contatto con l’atmosfera, si incendia come palla di zolfo.

In quell’universo variegato, plurivalente, a metà fra burla e ossessiva esaltazione dell’orrido Zappa vagherà per tutta la seconda metà della sua breve vita creando, senza droghe, una delle discografie più alterate di tutti i tempi.  

 

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

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