MORRISSEY – “Viva Hate” (HMV)  

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Gli Smiths sono ancora in classifica con uno degli estratti da “Strangeways, Here We Come” quando esordisce al quinto posto della chart Suedehead, il singolone di debutto di Morrissey, consegnando definitivamente alla storia una delle più belle storie del pop inglese degli anni Ottanta. Pochi mesi prima Moz ha scritto personalmente a Stephen Street manifestando la sua necessità di mettere una pietra sul passato. Quella pietra è la pietra angolare della sua avventura solitaria. Stephen è l’unica cosa che da quel passato Morrissey vuole portare con se, confidando in un gusto estetico molto più pratico e meno narcisista del suo. Proprio a lui viene affidata non solo la produzione ma anche la scrittura e gran parte dell’orchestrazione di “Viva Hate”, titolo virgolettato come nell’ultimo album degli Smiths, album di esordio di Morrissey-senza Marr.

Disco per molti aspetti insopportabile, “Viva Hate” è un lavoro stucchevole ed emotivamente impassibile, nonostante l’enfasi con cui spesso le sue canzoni vengono rivestite (archi, assoli di chitarra e batteria senz’anima) per farle suonare grandiose, col risultato di appesantirne le ali già poco disponibili al volo.

Il legame di sudditanza che Moz ha ormai instaurato con i suoi fan obbliga questi ultimi a subirne il fascino, soprattutto in virtù delle capacità empatiche dei suoi testi, e ad annientare ogni capacità di discernimento critico.

Siamo alla fase 2.0 del fanatismo, quello che impone ai seguaci la benda sugli occhi e i tappi di cera alle orecchie.

Quella più pericolosa.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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