THE SMITHS – The Queen Is Dead (Warner Bros.)  

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Ho provato a disintegrarmi. E ad immaginare per qualche giorno di essere tornato sedicenne.

È la primavera del 1986 ed è in procinto di uscire il terzo album degli Smiths, compagni della mia adolescenza solinga ed inquieta. Il singolo che è appena stato pubblicato si intitola Bigmouth Strikes Again ed è di una bellezza straripante, con la sua chitarra martellante e la voce di Morrissey animata da una stizza inedita e doppiata da un controcanto femminile ancora più arcigno.

È un’attesa virginea, non deturpata da nulla che non sia lo strazio bellissimo e apparentemente interminabile dell’attesa stessa. L’attesa gioiosa di un sabato pomeriggio infinito.    

La notizia sarebbe fioccata su un mensile di musica. Poi, il mese successivo ci sarebbe stata la recensione in anteprima che avrebbe aumentato la salivazione. E poi, ancora attesa. Fino a quel traguardo finale, a quell’orgasmo pregustato ed ora finalmente raggiunto.

Ho provato. Ed ho fallito. Come avrebbe detto Morrissey ad inizio carriera.

Ho provato e non è stato affatto uguale.

Ho provato ad aspettare di riaprire il libro di una favola di cui conoscevo già la fine. E l’unica cosa inedita era la consapevolezza di non avere più quei sedici anni.

E che neppure il mondo li aveva più.

Era un mondo infinitamente più veloce ma anche immensamente più vecchio. Incapace di emozionarsi, proprio come me.

Condannato all’immobilità. Ad ingrassare davanti ad un pc. A diventare obeso di notizie, di gossip, di opinioni, di sentenze. Un suino rotolante che grugnisce mentre si rigira nella sua stessa merda.

Un mondo che non sapeva più godersi l’attesa. Ingordo di tutte quelle piccole cose che guastano la sorpresa illudendoti di essere lì per lusingarti il palato. E che invece ti saziano. Come gli aperitivi con troppe olive.

Un mondo in cui la Regina non era ancora morta, ma erano morti tutti gli altri. I suoi sudditi e i suoi detrattori. Smiths compresi. Era l’attesa per una favola conosciuta e senza lieto fine.

E ho capito, malgrado tutto, che a volte è necessario aspettare proprio per acquisire la consapevolezza che si è invecchiati. Che siamo legati ad un mondo che ci appartiene sempre meno. Che quel senso di estraneità e di non appartenenza non era solo un vezzo adolescenziale. Che era una scelta di vita. Che potevamo portarla all’estremo pur tentando di vivere una vita “adeguata”. Il lavoro, la moglie, i figli, l’auto per andare in ufficio, la palestra, le cene sociali. Tutte quelle robe lì. E che malgrado tutto ciò la tua bandiera soffiava sempre sul lato sbagliato del pennone, nonostante fossi venuto a patti col mondo, barattando il nostro ultimo banco per un posto vicino alla finestra.

Avremmo potuto essere orgogliosi. Avremmo potuto essere altro, per sempre. Avremmo sempre avuto Moz dalla nostra parte, come gli altri avevano Keats e Yeats e lui Wilde. Avremmo potuto. Ma c’era sempre il fatto che in quei lunghi trent’anni, assieme al mondo, era cambiato pure lui. O la nostra percezione di lui.

O ancora avremmo potuto parlarne coi nostri figli. Dir loro “ascolta, questi erano grandi per davvero”. Mentre loro guardano un cofanetto di cartone e non capiscono perché ci debba essere della carta attorno alla musica. E perché sotto quella musica ci debba essere una chitarra. E perché accanto a quella chitarra ci debba essere una voce che sembra lagnarsi di tutto e mostrare una supponenza colta e inadeguata. E capiremo che era una favola che non potremo raccontare a chi vogliamo bene. Che la dovremo condividere con altri di cui non ci frega nulla. Centinaia, migliaia di altre anime gemelle che una trent’anni fa immaginavamo tormentate e bellissime e che ora abbiamo conosciuto in rete, senza riconoscere dentro i loro sguardi neppure una sfumatura del nostro.  

 

Quindi eccomi qui, trent’anni dopo, a simulare un entusiasmo che non è che il pallido riflesso di quello di allora. Perché un conto è vivere gli eventi, un altro è leggerli sui libri di storia. Così come la frenesia dell’attesa per il disco destinato a cambiarti clamorosamente una fetta di vita non potrà mai essere eguagliata dal piacere languido ma ormai orfano di periglio della sua riscoperta, del suo riascolto dopo aver mangiato un terzo di quella torta. O dopo esserti lasciato divorare.  

Dunque cosa aggiunge questa ristampa a ciò che già allora ci parse definitivo ed inviolabile? Nulla, in realtà, se non un vago senso di sacralità violata che stride con la volontà di consacrazione che avrebbe dovuto spingere alla sua riedizione.  

Se il primo disco è tutto sommato un comprensibile riadeguamento dei master originali alle nuove dinamiche audio, le fotografie delle larve di quelle canzoni non hanno nulla di poetico. Così come non c’era poesia dentro il laboratorio di Lombroso. Così come non ce n’è in un esame autoptico. Così come non ce n’è in quel fotogramma de Il Ribelle di Algeri che vede Alain Delon alzare leggermente la mano dal petto per abbassare le palpebre prima dell’ultimo respiro e che, per paradosso, è molto più simile a quello scelto da Cover Lovers per The Smiths Is 25 che a quella del disco originale. Così come non ve n’è nel tentativo di spiccare un volo ma ve ne è tanta nel momento stesso in cui il volo è spiccato, in quell’attimo infinito in cui i piedi si staccano da terra e sembrano non volerci più fare ritorno.

Se dunque misurammo come capolavoro The Queen Is Dead al momento della sua uscita con la consapevolezza che non erano solo le sue dieci canzoni a renderlo tale, ma l’equilibrio con cui quelle canzoni erano state elaborate, modellate, abbellite, ritoccate prima di giunge fino a noi nella loro forma eterna, nella sua malta non più plasmabile, sarebbe un controsenso adesso ammirare con devozione estatica quei bozzoli che occupano, assieme alle immancabili B-side del periodo, il secondo disco di questa nuova edizione.  

Sarebbe come preferire i bozzetti del Mosè di Michelangelo alla marmorea bellezza di quel lavoro cui egli stesso per primo chiese di piangere, credendolo cosa viva.

Ecco dunque la title-track mostrare la sua inutile coda di pavone.   

Ecco dunque la bellezza gotica di Never Had No One Ever devastata dallo svolazzare di una tromba, come una Notre Dame su cui va a cagare un piccione.

E fotografare il piccione. E il suo guano.

Molto bello invece il live che occupa l’intero terzo cd della versione “full optional” (quella con dentro anche un DVD col famoso “film” di Derek Jarman e un’ennesima quantunque superflua trascrizione scartavetrata dell’album), registrato a Boston durante quello che sarà l’ultimo tour americano degli Smiths, terminato in anticipo per le sempre più insostenibili frizioni tra i membri del gruppo che in quel momento sono già in cinque. Musicalmente gli Smiths sono in forma smagliante e il risultato è una esibizione scintillante notevolmente superiore, per scaletta e gradevolezza d’ascolto, a quella scelta per “Rank”, unico live ufficiale del gruppo.

Questo non basterà a spiegare gli Smiths ai sedicenni di oggi. Ed è giusto che sia così. E purtroppo non basterà a saziare le bocche avide e stolte dei sedicenni di allora. Che aspettano ancora una reunion per cercare fra i cadaveri quel boccone di carne che gli venne allora sottratto da sotto il muso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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