PRESSION X – Pression X (Electric Eye)  

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Delle dieci band finite dentro la betoniera di Eighties Colours della Electric Eye i milanesi Pression X furono la meno longeva. Il loro lascito è di soli sei pezzi, cinque dei quali finirono, sempre sotto la produzione esecutiva di Claudio Sorge e con il logo della sua etichetta, sull’omonimo mini-LP pubblicato nel 1986. Un’eredità di pochissimo conto, non fosse che quel disco era urticante come pochi altri di quella stagione. Una piccola pianta di ortiche gettata nel giardino colorato della fioritura neo-sixties. Se le foto della band tradiscono un innamoramento all’estetica beat ancora acerbo, le cinque canzoni di Pression X si allineano perfettamente alla corrente di band come Fleshtones, Primates e Yard Trauma, con un organo che fischia come dentro una galleria texana del Douglas Quintet, una ritmica scoppiettante, una voce sfrontata e adolescenziale che ti salta addosso, una chitarra triviale, un’armonica che ogni tanto fa capolino da un qualsiasi grattacielo milanese per scendere a buttare la spazzatura. Anche le due cover del disco sono piegate al loro stile acquistando in vigore quello che perdono in sinuosità blues.

È tutto quello che serve in quel momento, in quel momento in cui agguantammo un sogno da cui poi ci saremmo presto ridestati, come avviene sempre coi sogni.

Mai più riformati, e Dio li benedica anche per questo, i Pression X restano fra i migliori testimoni di quel sogno, di quell’epoca, di quel desiderio di declinare il punk costringendolo a genuflettersi davanti alla statura del Re Question Mark, venuto da Marte per ballare lo shake coi dinosauri.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ACϟDC – Dirty Deeds Done Dirt Cheap (Albert Productions)  

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In America e in Europa, nonostante un contratto di distribuzione internazionale siglato con la Atlantic, i loro dischi arrivano ancora solo d’importazione e Angus Young deve ancora varcare la porta dell’asilo, eppure con Dirty Deeds Done Dirt Cheap gli ACϟDC hanno già canonizzato il loro stile, lo stesso che li renderà delle star di primissima grandezza tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo e che ne farà degli eroi del metal senza in realtà averne mai abbracciato la fede e senza aver mai tradito quella essenziale ricetta fatta di tre accordi (come dite? Quattro? Okay, quattro), voce al vetriolo, volumi altissimi, assoli elementari ma senza sbavature, elevazione alla potenza enne di ogni prurito adolescenziale.

Zero virtuosismi, zero abbellimenti, zero omaggi a Poseidone o al Re dei Nibelunghi.

Una versione altrettanto volgare e proletaria del rock ‘n roll senza fronzoli e altrettanto pruriginosa dei Dr. Feelgood.

Jailbreak, Dirty Deeds Done Dirt Cheap, R.I.P., Ain’t No Fun, Problem Child, Squealer e il lascivo blues di Ride On sono già robaccia che può far morire d’invidia ogni band del pianeta. Sono già una lingua di bava che cola giù dalla bocca di ogni rocker. L’umore pelvico che bagna ogni paio di jeans.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro