KING KURT – Big Cock (Stiff)  

A metà degli anni Ottanta, in Inghilterra, se eri indeciso tra un concerto psychobilly e uno dei Madness, potevi andare a sentire i King Kurt. Sicuro che avresti bevuto e ballato. E che ti saresti schiantato il grugno sulle travi del palco e rialzato a fatica. E che avresti dovuto scansare litri di schiuma da barba e d’albume d’uovo se volevi ostinarti a restare davanti al palco. I concerti dei King Kurt erano una bolgia infernale. Un raduno che travalicava i confini di genere ed appartenenza e dove potevi trovare punk, skinheads, scooteristi e rude-boys pogare e vomitare birra assieme a rockabillies dai ciuffi impomatati. Una follia malsana e ritemprante che poteva trasformare un fine settimana qualunque in un vero fine settimana.

Quando esce Big Cock, la band ha già una reputazione enorme e un repertorio demente che ha già fatto capolino nelle classifiche inglesi. Roba come Zulu Beat, Banana Banana, Destination Zululand che si era arrampicata in classifica come scimpanzè su un albero di baobab in un’Inghilterra ancora ultraconservatrice in cui molti rivenditori avrebbero bannato il secondo album del gruppo per un titolo ritenuto troppo eloquente.

La band lo aveva messo su di ritorno da una missione americana (sostituire la Statua della Libertà con la statua di un ratto alcolizzato, missione documentata sul Road to Rack and Ruin pubblicato dalla Ralph, NdLYS) che aveva portato la Stiff sulla soglia della bancarotta e dopo le defezioni di John Reddington e Bert Boustead che troncheranno lì le loro carriere di musicisti. Con una nuova coppia di produttori i King Kurt pubblicano il degno seguito di Ooh Wallah Wallah nel 1986. Dieci canzoni alcoliche che risucchiano il rockabilly dentro una sit-com demenziale dei Monty Python. Canzoni come Horatio, Pumping Pistons, Road to Rack ‘n’ Ruin, Nervous Breakdown, Billy, Kneebone Knock che mettono d’accordo i Mɘtɘors con i Raunch Hands.

E in disaccordo tutti gli altri.

E a me basta così.    

  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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