PAWNSHOP – Cruise‘o’Matic (Beard of Stars)

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Difficile spurgare ancora qualcosa di nuovo in ambito stoner. Il rischio è che alla fine, per quanto ti sforzi di apparire originale e snob (“lo stoner? Fuck off….noi non abbiamo etichette!” e menate simili…) i tuoi dischi, se ben fatti, finiscono per sembrare sempre un calchino di quelli di Kyuss, Monster Magnet o Fu Manchu. Se fatti male, il critico di turno, nel tentativo malcelato di non tirarsi addosso le ire del distributore, si sbatterà i testicoli a trovare illustri e forzati paragoni che ne possano alleviare lo sdegno (Melvins, Saint Vitus, Soundgarden, Sabbath… anche qui la rosa di nomi è poco fantasiosa…). È d’altronde anche vero che il fanatico di stoner quel disco lo comprerà ugualmente finché, ma questo vale per tutti i feticisti di qualunque religione, un giorno deciderà di venderli tutti in blocco, quei maledetti dischi compressi col solito ampli ficcato in copertina. Fatta la premessa dirò che questo secondo disco dei Pawnshop è un monolite niente male. Ben fatto e quindi, per l’equazione sopra esposta, simile ad una versione appena + fantasiosa dei Fu Manchu con i quali, oltre al culto per i copertoni fumanti, condividono la stessa passione per pezzi dritti e incendiari (Baby Bitch, Mean Machine) con rarissime rarefazioni (giusto lo Zombie vivente che si fa carico di chiudere la porta) e un grande vocalist come Kjell Undheim una spanna sopra Scott Hill a spadroneggiare e domare la Bestia. Nulla di nuovo quindi, come da contratto, ma il mio consiglio (e di fuffa stoner ne ho mezza casa piena) è che questo, al pari del recente 500ft of Pipe sia un buon disco per avvicinarsi al genere senza rimanere delusi. Dell’acquisto obbligato per gli altri abbiamo già detto. Ah, anche un buon mezzo per ripagare la Mammoth della promozione incompetente fatta all’ultimo Fu Manchu.

 

Franco “Lys” Dimauro

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