NO STRANGE – Il sentiero delle tartarughe (Area Pirata)  

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La qualità migliore dei No Strange è quella di farci sentire piccoli e sperduti ogni qualvolta decidono di srotolare il loro tappeto sul pavimento di casa nostra per poi lasciarlo fluttuare a mezz’aria.  

Merito del potere alchemico che tocca in sorte a qualcuno, mentre ad altri no.

Perché la magia riesca è però indispensabile lasciarsi il mondo dietro la porta, tarare le proprie vibrazioni per portarle a frequenze affini a quelle evocate dalla loro musica.

Del resto se vuoi raggiungere il coniglio bianco devi prima inseguirlo. E se vuoi agguantare un sogno devi prima di tutto sognare, trasportarti in una dimensione onirica fluente e feconda.

Ecco, quella è la dimensione perfetta per la musica dei No Strange, traghettatori di anime. Ed è anche la mia dimensione preferita per tastare l’efficacia dei loro dischi. Passato il primo approccio consapevole con la loro “materia sonora”, ne trasporto il contenuto in camera da letto per proiettarmi in un universo parallelo di semi-coscienza, in bilico tra la veglia e un primo stadio di torpore lievitante, fertile, docile ma labirintico. 

Non ha fatto eccezione questo loro nuovo disco. E non hanno fatto eccezione gli effetti prodotti dalle intricate ma distese maglie della loro musica, perennemente nuova e perennemente antica. Incapsulata anche lei tra reale ed irreale.                 

Musica che è eternamente terra straniera. Anche quando affiorano all’orizzonte approdi conosciuti, sguardi già visti (Gli occhi, da quel capolavoro che fu L’universo, riproposta quasi in chiusura dell’opera).

Musica che è perpetuo viaggio, perpetuo movimento centripeto.

Fuori passano crotali e branchi di elefanti bianchi. Stormi di ibis e mandrie di rinoceronti. E passano, lente, le tartarughe.

Ci sfiorano, come fossimo bacche agitate dal vento.

E passano oltre.                           

 Franco “Lys” Dimauro