THE BLOODY BEETROOTS – The Great Electronic Swindle (Last Gang)  

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Sono passati ben quattro anni dall’ultimo lavoro dell’eroe mascherato della musica elettronica. Nel frattempo di cose nella sua vita pubblica e privata ne sono successe assai, da un’apparizione sanremese a fianco di Raphael Gualazzi a un rapporto andato in fumo con un’artista calatina più famosa come giudice da talent che come talento essa stessa, a dire il vero. E ovviamente tanti club, tante serate, tanti concerti, tante occasioni d’incontro con artisti da cui può sbocciare se non una simpatia, almeno un alberello dal quale raccogliere, a tempo debito, i frutti.  

Una ventina di quei frutti riempiono la cesta di questo terzo album dell’artista italiano d’origine ma cittadino del mondo.

Un disco meno intransigente rispetto a quelli passati, più incline a farsi trascinare nel giro della prostituzione per vendere il proprio corpo. Un disco che, in teoria, potrebbe piacere a chiunque per poi piombare presto nel pozzo nero della nostra memoria. Che, come una sgualdrina, ti presenta un piatto con cui ingozzarti con voracità e di cui però ti sazi altrettanto velocemente, in attesa la bocca torni a schiumar bava per qualche altra leccornia.  

E del resto il richiamo del titolo è fin troppo chiaro. Equivocarlo è da idioti. Categoria di cui tuttavia l’Italia è piena, certamente più che dei famosi navigatori di cui favoleggiava l’Innominabile. E senza ombra di dubbio alcuno, molto più che dei santi del medesimo discorso del 2 Ottobre del ’35.  

Il nuovo disco di Bloody Beetroots ha dunque il medesimo scopo di smascherare, come nel film di McLaren, l’inganno che si nasconde oggi dietro la musica elettronica come quarant’anni fa dietro il punk dei Sex Pistols. Senza smascherare lui, ovviamente. E lo fa proprio mettendosi in gioco da puttana e non da bigotta, tirando fuori tutto il peggio della sua e delle altrui perversioni, proprio come in un bordello. Dalla parodia hair-metal di My Name Is Thunder giù giù fino agli abusi di  vocoder di Mr. Talkbox.

Chi cercasse elettronica concettuale, raffinata e underground si ritenga esonerato dall’ascolto, visto che Bloody Beetroots ha una passione smaniosa per i ritmi grassi, pressanti, fumettistici e pure un po’ tamarri ed è ormai risaputo quanto gli piaccia simulare esplosioni simili a quelli di Unabomber, gettando le sue munizioni nella mischia. Il nuovo disco non dissimula questa tendenza, anzi. Sir Bob Cornelius Rifo ha cercato i giusti complici che ne potessero amplificare l’onda d’urto, aumentando il potenziale di devastazione e allo stesso tempo radunando un numero di vittime ancora più ampio, attratte dai richiami di imbonitori come Perry Farrell, Wade MacNeil e Nic Cester. Non sappiamo a che volume lo abbia registrato, ma è sicuro che quando hanno iniziato a riversarlo su disco, ogni banda di frequenza era posizionata al massimo.

Talmente forte che i solchi si sono incisi da soli.

Talmente forte che dovrete cercare di domare i cursori di volume, se volete tentare un ascolto domestico.

O che dovrete lasciare il vostro bunker per cercare un posto più adeguato, indossando anche voi la vostra maschera da mostrare alla gente.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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