JOVANOTTI – Oh, vita! (Universal)

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Jovanotti fu, all’epoca delle posse, uno dei bersagli preferiti dalla pattuglia dei primi rapper italiani. Un fenomeno da baraccone costruito da Cecchetto cercando di cavalcare l’onda dell’entusiasmo per i successi di Mc Hammer e Beastie Boys e che usava il rap come semplice esercizio logopedico per curare senza riuscirci la sua esse moscia. Poi però avvenne il miracolo. La esse moscia rimase tale ma Lorenzo Jovanotti cominciò a studiare il mondo. Prima sui libri e poi col passaporto. E quel contenitore vuoto iniziò a riempirsi. Gli stessi che lo avevano spinto in mare gli lanciarono un salvagente e lo fecero salire a bordo. Se lo misero sul palco con loro. Gli strinsero le mani. Sorrisero dello stesso sorriso contagioso che aveva lui. Successe all’incirca nella metà degli anni Novanta, con un singolo intitolato L’ombelico del mondo la cui vertigine percussiva verrà replicata a breve da artisti come Mau Mau e Fratelli di Soledad senza scandalizzare nessuno e con l’album successivo L’albero che sintetizzava già nel titolo questo nuovo bisogno di terra, di radici e di robustezza. Poi, venti anni venti di successi clamorosi, di film ispirati alle sue canzoni, di tormentoni estivi ed invernali che tutti hanno imparato a memoria, esse mosce comprese. Jovanotti che sale sul podio assieme a Vasco Rossi e Ligabue tra gli artisti più amati da chi vuole sentirsi giovane ad ogni costo, che vuole far parte di una tribù moderatamente trasgressiva.

Oh, vita! cerca disperatamente di cortocircuitare la sua carriera riportandola all’essenzialità degli anni immediatamente precedenti a quella svolta con la maturità e l’esperienza personale accumulata invece negli anni successivi, mettendo faccia a faccia gli eroi della giovinezza con quelli dell’età adulta. L’America maccheronica e l’Italia maccherona.

Musicalmente Rick Rubin contro Michael Franti, per sintetizzare. Ci prova e ci riesce, mostrando tutti i limiti della sua scrittura e la banalità sconcertante delle sue rime, abbondando di luoghi comuni, di frasi da Baci® Perugina® e di ottimismo ad ogni costo, mettendo su un disco che piacerà più ai fan di Celentano e di Cutugno che a quelli degli Spearhead, potete starne certi. Un disco vecchio per concezione e per risultati, a cui Rubin (che pure di merda ne ha prodotta assai) ha lavorato con la mano sinistra e Lorenzo, molto presumibilmente, con la destra. Proprio come da ragazzino.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro