GIOVANNI LINDO FERRETTI – Sāgā. Il canto dei canti, opera equestre (Sony Music)  

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Quello del recupero della memoria è uno dei temi fondamentali del percorso artistico di Giovanni Lindo Ferretti. Un bisogno divenuto vieppiù pressante con l’avanzare dell’età, coniugandosi con l’esigenza di venire a patti col proprio passato familiare tradito in gioventù con la scelta di quel vagabondaggio artistico e culturale che lo avrebbero portato lontano dalla sua terra per lasciarsi affascinare  dall’iconografia altrettanto rigida, patriarcale, autoritaria, severa di terre come la Germania o l’Unione Sovietica. Uno strappo che Ferretti ha sempre sentito il bisogno di ricucire e che è diventato, dopo la “morte” dei C.S.I. e le brutte vicende oncologiche che le fecero da triste epilogo chirurgico, uno scopo autentico cui spendersi quasi totalmente. Un eremitaggio contadino che lo ha riportato sui luoghi della sua memoria, ovvero quelle della pastorizia e della transumanza dei suoi avi.

E di cui ha impregnato così selvaggiamente la propria quotidianità da farla esondare sul suo percorso artistico, finendo per diventare cavaliere invisibile dietro la sua scuderia di cavalli poco inclini alla frusta e di portarne in giro la loro bellezza fiera e recalcitrante in uno spettacolo equestre di polvere, sbuffi, fieno, sterco, fuoco, redini e some, vigore galoppante e andature ardite. Esce ora l’opera sonora di quello spettacolo itinerante: cantilene salmodiate in lingua italiana e latina che narrano storie di uomini e cavalli, accomunati dal fato per una lunga e violenta fetta della loro vita. Grumi di parole e respiri pesanti, ora accovacciati ora impettiti su musiche rituali che accompagnano le scene di bivacco, di guerra o di fatica declamate da Ferretti. Con lui, a stendere il tappeto di sabbia silicea su cui l’artista/contadino/maniscalco emiliano può sellare i suoi versi, ci sono vecchi compagni come Lorenzo Esposito Fornasari e Luca Rossi degli Üstmamò.

Un ritorno a casa seguendo le orme lasciate dai padri, trovando alla fine la tanto amata Mongolia proprio davanti la porta di casa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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