SAINT PHILLIP‘S ESCALATOR – The Derelict Sound (autoproduzione)     

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Mi sono spesso chiesto, nell’ultimo decennio, perché i St. Phillip’s Escalator non siano mai esplosi come fenomeno di massa, alludendo naturalmente a quel “popolo di eletti” che si nutre in maniera abituale di rock ‘n roll, lo stesso insomma che ha fatto di nomi come Chesterfield Kings, Hellacopters o Black Lips degli intoccabili della storia del rock e che, presa a campione, spesso non conosce della band di Rochester neppure il nome.

L’ascolto del loro ultimo disco ribadisce questo mio interrogativo aggiungendo l’assoluta certezza che non troverò il loro nome nelle banali classifiche di fine anno che tutti si affretteranno a stilare senza neppure aspettare che passi Santo Stefano. Peccato. Perché ancora una volta i St. Phillip’s Escalator hanno lavorato ad un disco senza rinnegare le loro ispirazioni ma esaltandole e riproiettandole nel nuovo secolo. Con una genuinità palpabile e un’energia coinvolgente.

Il loro “suono derelitto” pasciuto nei pascoli del miglior rock ‘n roll degli anni ’60 e ’70 si allarganda in una visione “classica” e globale del rock stradaiolo e suburbano passando per la California, per Detroit, per New York, per il Texas e per il Northwest e trascinando con se tutto il meglio raccolto per quelle strade, da Alice Cooper ai 13th Floor Elevators, dalle New York Dolls ai Sonics, dagli Hoods ai Mudhoney, dagli Amboy Dukes ai Chesterfield Kings, il cui suono non ha mai smesso di riverberarsi dentro le loro canzoni. Che stavolta, a differenza dell’avaro disco precedente, sono ben dieci.

E non se ne butta via una.

Anche se alle vostre orecchie ammaestrate dalle riviste di tendenza forse non ne arriverà mai manco mezza.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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