TURBONEGRO – RockNRoll Machine (Burger)  

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I Turbonegro sono morti una prima volta nel 1998. Per tutti.

Una seconda volta, stavolta definitivamente, nel 2010. Questo per me.

Sono morti con l’addio di Hank von Helvete, il pittoresco drugo adesso diventato Doctor James. Da allora hanno realizzato altri due dischi. Due dischi che portano il marchio dei Turbonegro ma che sono privi del loro sogno rock ‘n’ roll, l’ultimo brandello dei quali è stato portato via da Pål Pot Pamparius.

Detto questo, possono realizzare tutti i dischi che vogliono, meccanicamente, come una lubrificata e operosa catena di montaggio che sa come assemblare ogni pezzo che passa sul loro nastro trasportatore. Potranno farli e io li ascolterò, ma con in bocca il gusto amaro di un sogno sciupato.

Poi verranno i soliti impegni promozionali dove la band dichiarerà puntualmente di aver realizzato l’album più bello “dai tempi di”, il più vero, il più rappresentativo. Funziona così per tutti, perché dovrebbe essere diverso per loro?

Ma RockNRoll Machine non è niente di tutto ciò. È uno di quei dischi che io definisco “fatti col ricettario”. No, non si sono dati alla disco-music ne’ al pop da Eurofestival e continuano a suonare quello che hanno sempre suonato (anche se Skinhead Rock & Roll e John Carpenter Powder Ballad, tanto per nominarne un paio, sono di una bruttezza così pacchiana che se ne vergognerebbe pure David Lee Roth, NdLYS).

Sembrano gli allievi di Dawey Finn, istruiti con quattro ore di lezione sulla storia del rock al giorno, più un’ora di applicazione pratica e un’ora abbondante per le pose e il trucco e infine armati per la battaglia delle band. Sembrano loro ma molto, molto più vecchi. E senza la simpatia di Jack Black, uno capace di inginocchiarsi davanti ai Led Zeppelin pur di avere una loro canzone in un suo film. E uno dei pochi capaci di ottenerla.    

                                                                       Franco “Lys” Dimauro