TEARS FOR FEARS – The Hurting (Mercury)  

La prima foto che vedeva assieme Curt Smith e Roland Orzabal è del 1980. Vestiti e acconciature mod e nessun sintetizzatore nel raggio di dieci miglia. La loro band del periodo si chiama Graduate. Al singolare. Come il laureato interpretato da Dustin Hoffman e la cui canzone guida diventa il pezzo inaugurale di ogni loro concerto. Poi, dieci anni dopo Lennon, scoprono la potenza dell’urlo primordiale e la fertile forza medicamentosa delle lacrime. E decidono di costruirci attorno un disco, con quelle lacrime e quel dolore. E di vestirlo con gli abiti moderni dei mercatini new-wave, gettandosi allegoricamente dalla Beachy Head come il Jimmy di Quadrophenia.

Quando riemergono come Tears for Fears, il synth-pop sta per toccare il suo apogeo. Smith e Orzabal affidano i loro pezzi alle mani di  Ian Stanley, che li elabora alle macchine gonfiandoli di aria sintetica così da poterli adeguare all’ascesa verticale. Li riveste senza tuttavia coprirli. La sua è una placcatura che rispetta l’estro chitarristico di Orzabal (arpeggi ben definiti e leggermente onirici e accordi altrettanto nitidi che si stagliano a sottolineare i passaggi armonici di ogni canzone) e le cuciture di basso di Curt Smith, prendendosi la scena solo sull’inquietante The Prisoner. Mel Collins (quello del famoso solo di sax di Miss You degli Stones, NdLYS) e Ross Collum (che poi avrebbe lavorato con Howard Jones, Wang Chung, Human League e Ric Ocasek dei Cars fra gli altri) vengono chiamati a rendere il tutto più appariscente ma anche più umano (Ideas as Opiates) e la neomoglie di Roland, che morirà nell’autunno del 2017, ad immaginarsi bambina su Suffer the Children.

I pezzi migliori, nonostante la ribalta tardiva cui sarà destinata Mad World una volta ridisegnata da altrui mani e che garantirà al duo di Bath introiti inaspettati in termini di copyright, sono proprio quelli in cui questo equilibrio fra elettronica e strumenti acustici e l’intreccio fra le due voci di Smith e Orzabal acquistano un’eleganza compiuta: Change con le sue marimba di polietilene e gli aeroplanini di carta che piovono sulle ferite ancora aperte di un’affettività negata di Pale Shelter (a sua volta riciclata da The Weeknd decenni dopo) su tutte. Due miracoli pop sbocciati fra le aiuole calpestate e calpestabili della musica di consumo.

Poi, dopo, ci saremmo indignati per averle amate. Come facciamo sempre, del resto. E avremmo contato in microgrammi di fiele quello che i Tears for Fears avrebbero contato in carta moneta.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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3 thoughts on “TEARS FOR FEARS – The Hurting (Mercury)  

  1. Sono d’accordissimo per certi versi, ma suvvia, sprecare fiele guardando il successo che hanno avuto è eccessivo. Alla fine le abbiamo ascoltate tutti, e con piacere, le loro canzoni… perchè avercela così tanto con loro? ahahah

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