AA. VV. – Jon Savage’s 1965 – The Year the Sixties Ignited (Ace)  

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È il 1965 l’anno al centro del nuovo viaggio di Jon Savage nel cuore dei “magnifici anni Sessanta”, anche se in almeno un paio di episodi, stando alle mie stime, il repertorio scavalla inspiegabilmente all’anno precedente. Siamo all’alba del periodo d’oro della produzione pop che ha impresso indelebilmente quegli anni nella nostra memoria. Le presse Motown, Stax, Atlantic, Decca, Parlophone, Columbia, Pye, King lavorano a pieno regime sfornando dischi di Kinks, James Brown, Marvin Gaye, Marianne Faithfull, Booker T and the MG’s, Martha and The Vandellas, Byrds, Hollies, Yardbirds, Wilson Pickett, Bob Dylan, Supremes, Small Faces, Donovan (e ovviamente Beatles e Rolling Stones che, per ovvi motivi, non possono finire qui dentro senza dover pignorare l’intero edificio in Steele Road sede della gloriosa etichetta londinese, NdLYS). Qui dentro ci sono dei brani semplicemente bellissimi, molti dei quali assolutamente fondamentali per “costruire” il suono del biennio successivo (vedi il caso di Boss Hoss dei Sonics piuttosto che We Sell Soul degli Spades, Can’t Seem to Make You Mine dei Seeds, I’ll Feel a Whole Lot Better dei Byrds, Leavin’ Here degli “altri” Birds, From a Buick 6 di Dylan, Papa’s Got a Brand New Bag di James Brown. E mi fermo, altrimenti sembro il coglionetto qualsiasi che legge la copertina e si fa bello col pisello degli altri).

Un disco, due, rigogliosi.

Come lo erano quegli anni.

Carichi, gli anni e i due dischetti, di musica piena di belle speranze, di fiducia, di ottimismo, di desiderio di esplorare la giovinezza in lungo e in largo, come fosse ancora un campo vergine e inesplorato.

Se non rivelatore, rigenerante.         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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NEW YORK DOLLS – One Day It Will Please Us to Remember Even This (Roadrunner)  

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Nel 2004, subito dopo alla reunion fortemente caldeggiata da Stephen Morrissey e celebrata sul palco del Meltdown Festival, la leucemia si porta via Arthur Kane. Ma le celebrazioni per il nuovo matrimonio artistico fra David Johansen e Sylvain Sylvain si protraggono ancora a lungo, partorendo anche un nuovo figlioletto, a ben trentadueanni dal precedente.

È il 2006. L’anno dei rientri storici per il proto-punk mondiale, con i Radio Birdman e gli Stooges nuovamente sul piede di guerra e gli MC5 appena riformati. One Day It Will Please Us to Remember Even This è accolto dunque con grande favore dai vecchi nostalgici e anche dalle nuove generazioni che hanno favoleggiato a lungo su una delle band più straordinarie del rock americano e che adesso possono vedere in azione, seppure in formato “light”. Il disco è una versione parimenti “delicata” del vecchio rock ‘n roll sguaiato della band che ovviamente non ha più le pose scandalose degli anni Settanta, risparmiandoci una inutile pantomima e regalandoci uno spettacolo di puro disimpegno che alterna brani accesi come la bella Gimme Luv and Turn On the Light o i classici rock ‘n roll a braghe strette delle Dolls come Runnin’ Around, Gotta Get Away from Tommy e Dance Like a Monkey a lentacci forse un po’ troppo stopposi e infilandoci dentro qualche power-ballad dal suono più moderno come Take a Good Look at My Good Looks, la We’re All in Love trascinata da un’armonica che ha perso ogni accento blues e la Dancing on the Lip of a Volcano che la voce di Michael Stipe trascina quasi in zona alternative-rock anni Ottanta. Che vuol dire fondamentalmente R.E.M. e Hüsker Dü.

Tornando a sporcare le strade di New York e dando altra merda da raccogliere al Boy George che si appresta a pulirle con ramazza e paletta.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DROPKICK MURPHYS – Do or Die (Hellcat)  

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Nei paesi celtici le vittime degli upskirt sono gli uomini. A Boston, periferia dell’impero irlandese in terra americana (il sangue irlandese scorre praticamente in un quarto della sua popolazione), pure. Sotto il kilt dei Dropkick Murphys si vede un’erezione perenne da fare invidia ai re del porno.

Ve ne accorgerete anche senza curiosare sotto le loro gonnelle. Basta prestare ascolto al loro disco di debutto.

Basso/chitarra/batteria e cornamuse. E tanta voglia di scazzottare, come il loro idolo John E. Murphy.

Do or Die, con la sua fierezza sbandierata, ostentata ed urlata, è il disco che ci fa sentire tutti appartenenti ad una comunità che neppure conosciamo.

Ci fa sentire skin, operai, irlandesi, carcerati, celtici, Bostoniani, marinai, emigranti, devoti di San Patrizio.

Con sedici canzoni sporche di sudore e di asfalto. Canzoni come Do or Die, Get Up, Road of the Righteous, Caught in a Jar, Noble che ti obbligano ad imparare l’inglese per poterle strillare a squarciagola sopra quella parata di strumenti potente come una randellata sui denti.

Forte, sempre più forte, finchè Tim Finnegan non resusciti dal suo sepolcro di mattoni rossi.

E noi saremo lì a servirgli la sua pinta di birra scura.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CHARIOT – I Am Ben Hur (Munster)  

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Uno spin-off gustosissimo e passato quasi del tutto inosservato questo degli Chariot, band che “nasconde” in realtà Javier Escovedo dei True Believers, Pat Fear dei White Flag, Brian Young dei Fountains of Wayne e Ken Stringfellow dei Posies.  

Chitarre e melodie “larghe” tipiche della tradizione jingle-jangle e power-pop con qualche saporita puntatina nel beat (le cover di Him or Me dei Raiders e della fantastica Peace of Mind dei Count Five ad esempio) sono il piatto servito dai Chariot. Roba buonissima e cucinata divinamente per addolcire il palato. Nel calderone finiscono pure Merle Haggard, Alex Chilton, Los Bravos e i Choir, accanto ai pezzi scritti dai quattro musicisti americani e che non si fanno scrupoli di sfigurare accanto a quelli dei maestri. E infatti non sfigurano, regalandoci tre quarti d’ora di bella musica che passerà, in un mondo distratto e sempre più ingolfato da sgomitanti  produzioni musicali alla ricerca del loro attimo di gloria, senza lasciare traccia nel cuore dei più.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HALF JAPANESE – Why Not? (Fire)  

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Ho letto peste e corna sul nuovo Half Japanese. E così, tornatami in mente la favola della volpe e dell’uva che da piccolo mi raccontava mia madre, me ne sono innamorato perdutamente. E mi ci sono rimboccato le coperte adesso che Mark E. Smith ci ha lasciati tutti un po’ più infreddoliti. Why Not? l’ho trovato delizioso, più di tanti altri dischi dello strambo gruppo americano così poco amato che nessuno pensa più neppure ad aggiornargli la pagina su Wikipedia.

C’è dispersa, su tutto il disco, questa gioiosa serenità quasi rurale, contadina.

Come spiegarvela a parole non saprei.

Ma quando Jad Fair ci dice di provare tutti insieme a pronunciare la parola “yes”, a pronunciarla seguita da “we can”, la mente oltre ad Obama va ancora più indietro, verso quel sogno ottimista che loro chiamarono americano e che noi qui chiamammo onomatopeicamente boom.

Che passava una macchina fotografica e sorridevi.

Passava una cinepresa e sorridevi il doppio.

E sorridevi davvero.

E c’era sempre un pozzo da dove poter tirare su acqua pulita.

E le tette erano ghiandole, non presine per le teglie da forno.

Sul nuovo disco degli Half Japanese questo entusiasmo si sposa ad una musica sorniona, non più strampalata come quella degli esordi. Come quei contadini che si mettono il vestito buono per andare in chiesa la domenica. E tutti li riconoscono comunque. Ecco, ancora oggi, in questa miscela tra il folk di Jonathan Richman e le pastiglie biologiche dei Feelies, quando passano gli Half Japanese li riconosci.

E ti viene voglia di fare gara a chi piscia più lontano, proprio come quando giocavamo nei campi e l’ottimismo non ce lo dovevano spiegare coi tutorial o coi libri per diventare leader. Ne’ tantomeno la musica ce la spiegava gente che non sa neppure fare o col bicchiere, come me.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE MUFFS – Happy Birthday to Me (Reprise)  

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Quello tra i Muffs e me non fu un amore viscerale e profondo.

Solo una cotta passeggera. Una storiella da sabato sera.

Ma nel periodo 1991-1998, ovvero nel periodo in cui trionfavano gli/le Hole, io fui probabilmente uno dei pochissimi a preferire il “buco” di Kim Shattuck a quello di Courtney Love e a continuare a preferire le sue succulente canzonette a quelle debosciate della Love. Forse perché dentro continuavo un po’ a sentirci l’eco delle Pandoras. Forse perché come le Big Babol potevi continuare a masticarle fino a che non ti saliva un conato di vomito al retrogusto di fragola e veleno. Forse perché la sessualità della Shattuck era meno ostentata, meno sfacciata e più collegiale. Qualunque sia la ragione e nonostante il trasporto emozionale non fosse proprio quello di una grande storia passionale, le canzoni dei Muffs mi strappavano sempre qualche minuto di spensierato buonumore.

E così continuai ad ascoltarle.

Happy Birthday to Me era la terza raccolta in sequenza e non era peggiore ne’ migliore di quelle precedenti. Musica senza pretese, che non ambiva alle prime di copertina, ma neppure meritava le ultime. Stava lì in mezzo. In coda ai grandi degli anni Novanta. Senza spingere. E a me quelli che non scalciano mi sono sempre piaciuti.

Buon compleanno, Kim.

Tornerò a farti gli auguri anche l’anno prossimo, puoi contarci.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

JOHN COOPER CLARKE – Disguise in Love (CBS)  

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In piena artiglieria punk c’era un uomo che andava sul palco facendosi scudo solo con qualche foglio sporco d’inchiostro.

Quell’uomo si chiamava, si chiama tuttora, John Cooper Clarke e, in mezzo al fuoco incrociato di band come Clash, Sex Pistols, Buzzcocks, Damned, fu quello che portò il situazionismo punk alle sue più estreme conseguenze, con la sola forza della parola.

Mentre il pubblico punk si irrigava il palato in attesa di poter dare il via alla sua pioggia di sputi, John Cooper Clarke inforcava gli occhiali e si metteva sul fronte del palco. E parlava a quel pubblico che avrebbe fatto paura anche ad una pattuglia di poliziotti in assetto antisommossa. Spesso, in rima baciata.  

Dietro di lui, una band di (prime)donne invisibili. Gente come Pete Shelley (si, proprio quel Pete Shelley), Martin Hannett (si, proprio QUEL Martin Hannett), Paul Burgess, Steve Hopkins, Bill Nelson. Gente che, in quanto invisibile, poteva permettersi di suonare tutto quello che i punk sdegnavano. E di metterlo anche su disco. Disguise in Love, il secondo della serie, è già musicalmente più agghindato del primo. Ci sono pure le chitarre, anche se non suonano mai come i punk vorrebbero suonassero.

Le Invisible Girls possono permetterselo.

John Cooper Clarke può permetterselo.    

Può pretendere dal pubblico di fare silenzio. E ottenerlo.

Può bussare alla spalla di qualche ubriaco appoggiato al banco del bar e chiedergli di spostarsi.

Può incrociare Joe Strummer che conquista il palco e permettersi di guardarlo negli occhi e dirgli “adesso tu falli urlare”.

Può ammansire la folla senza sforzarsi di essere carino.

Perché lui è John Cooper Clarke.

E Dio proteggerà la Regina e anche lui.

The last thing I need is another friend
I don’t want to be nice.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

PLAN 9 – A Tonic of Puffer Fish (All About Zombies) (autoproduzione)

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Alla fine dei Plan 9 si sono dimenticati tutti. Wikipedia, Discogs, Allmusic, discografici, ascoltatori, critici, musicisti. Spotify non lo considero neppure. Insomma, proprio tutti.

Gli ultimi venti anni della storia del gruppo di Rhode Island sono anni vissuti ai margini, con una formazione che si è disgregata pezzo dopo pezzo, fino a ridursi ad un terzetto costituito dalla solita coppia Stumpo/DeMarco e dal bassista Albert Iannuccilli più qualche batterista occasionale.

A Tonic of Puffer Fish (All About Zombies) viene rilasciato pertanto esclusivamente in download con la speranza di racimolare qualche dollaro per permetterne una pubblicazione su supporto fisico. Dubito che ci riusciranno, anche se io ho fatto la mia parte. Così come non so come andrà la competizione lanciata dalla Run Out Groove per ristampare il loro classicissimo Keep Your Cool and Read the Rules, lanciata più o meno nello stesso periodo.

A Tonic of Puffer Fish raccoglie registrazioni risalenti al quinquennio 2003/2007, con line-up diverse così come altalenanti sono i risultati delle diciassette tracce, ovviamente non tutte all’altezza del mito.

E però.

E però ci sono dentro cose come Pentagon Chamagne Room, Nice Things for Colored, la All Weather Gear condotta dalla voce di Deb, Axe the Navigator, Missile, Another Wizard che valgono ancora più di un ascolto. E complessivamente valgono molto di più dei cinque dollari che i Plan 9 vi chiedono per scaricarvele sul vostro bell’hard disk pieno di foto di compleanni e filmetti illegali.

Fateci un pensierino. E, se ne avete tempo e voglia, aggiornate le pagine di tutti quei siti senza i quali tre/quarti di recensori non saprebbero che cazzo scrivere.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MAMUTHONES – Fear on the Corner (Rocket Recordings)  

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Mi attraggono i gruppi che non vogliono piacere a tutti i costi. Quelli che appena ti avvicini mostrano gli aculei come i porcospini.

I Mamuthones rientrano a pieno titolo in questa categoria. Animali senza peli da accarezzare.

Non ho seguito la loro discografia con costanza e del resto come si fa a seguire tutto senza barare e prestando l’attenzione più o meno dovuta? Non so quale sia quello che è ritenuto il loro capolavoro ma personalmente, fra i tre dischi a loro nome in mio possesso, questo li batte tutti, grazie a piccoli capolavori prismatici come Cars e Alone dove convivono in uno stato di cattività condivisa Oneida, Supersystem e pure il battito d’ali del Bela Lugosi dichiarato vivo quando tutti lo davano per morto.

Sembra di stare dentro quei labirinti che erano i dischi dei Liquid Liquid.

Le percussioni che diventano centinaia di spilli e di chiodi, le chitarre che sono ossa vittime di un’osteoporosi fulminante mentre le tastiere cercano come fachiri di avanzare su questo tappeto di schegge e le linee di basso ci passano attraverso serpeggiando.  

La musica dei Mamuthones è quasi una bossanova guasta, lasciata a marcire dentro una baracca delle favelas e che ora si trascina fuori strisciando, a vedere se è rimasto uno spicchio di sole per cicatrizzare i lividi. E torna a essere viva di una vitalità pungente e diffidente.         

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

MONSTER MAGNET – I testicoli di Dio

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Oltre lo stoner.

Oltre il metal.

Oltre lo space rock.

Dentro la follia drogata di una psichedelia distorta e fumosa.

Signori, chinate il capo davanti alla più grande hard rock band degli anni Novanta.

Direttamente da Red Bank, New Jersey e già pronti per le stelle.

Dopo due demo e un mini album che annunciavano la minaccia imminente, ecco arrivare Spine of God ad annebbiarci i sensi, carico di sporcizia e catrame.

Un oscilloscopio che traduce visivamente le frequenze comprese tra il muro di fuzz di Ron Asheton e i generatori di rumore di Dik Mik.

C’è molto Stooges e molto Hawkwind qui dentro.

Ma ci sono pure Sam Gopal, i Black Sabbath e i DMZ.

C’è molta eroina, tanta da schiattare.

Spine of God ha un suono dopatissimo e fondente come metallo sciolto.

È heavy metal suonato da una garage band di New York sfatta di crack.

Figlio degenere del Detroit sound malato di Death e Stooges.

Rozzo e depravato fino all’oscenità, tinto di un misticismo grottesco fino al paradosso, completamente immerso nei fumi del THC, Spine of God non lascia tregua, è un continuo allerta ai sensi, un pressante, stordito viaggio dentro le fauci dell’Inferno.

Qui dentro niente più esiste se non voi e la vostra scimmia.

È un posto dove la paura diventa tangibile, palpabile e abominevole.

Disegna ombre sul muro, e non hanno la forma dei gabbiani ma quella di una spada con l’ago al posto della lama. Qui incombe la morte e la sua icona.

Spine of God è il nostro fantasma che viene a prenderci per mano per portarci dove non vorremmo. Lo senti camminare strisciando sul pavimento, lo senti ridere e urlare, ne avverti la presenza nelle viscere mentre cerchi una via di fuga che non troverai.

Oggi, 28 Febbraio 1992, il metal muore.

Lunga vita ai Monster Magnet.

 


Quello che viene considerato per numero di brani un extended play, dura in realtà quanto l’album di debutto.

Il merito è soprattutto della lunghissima traccia che intitola il disco, una abominevole e aberrante cavalcata cosmica di oltre trentadue minuti.

I Monster Magnet si avventurano, imbottiti di droghe fino a scoppiare, nel più agghiacciante viaggio interstellare mai partorito da mente umana.

Tab… è un mostruoso monolite di chitarre acide, oscilloscopi in panne e voci galattiche che si trascina per oltre mezz’ora con l’intenzione di scardinare le porte di Orione per poi abbandonarci in un punto indefinito dell’universo.

Un blob di mercurio vischioso che sembra colato giù come muco dalle viscere di bronzo di Thanatos. Le chitarre e gli effetti si sovrappongono e si aggrovigliano in un’immagine incestuosa e deforme di vizio e perversione, ricoprendosi di polveri stellari fino a raggiungere un peso insostenibile che sembra volerci schiacciare sotto la sua enorme mole.

Tab… è un osceno invito a superare ogni eccesso, a smorzare ogni milligrammo di lucidità sensoriale fino ad estinguere ogni neurone, un’ellittica odissea che fonde le folli imprese di Hawkwind, Stooges e Black Sabbath.

Il suono si fa virulento ed impenetrabile nei primi minuti del pezzo successivo, prima di deflagrare in una lunga scarica di distorsioni e riverberi dietro i quali si staglia una sinistra figura di synth che allunga la sua ombra su Longhair, una chiassosa garage-song strumentale figlia delle bave fuzz dei Mudhoney che viene stuprata dalle fughe chitarristiche che ne dilaniano la coda.

Lord 13 infine, col suo tappeto di percussioni e lo strumming ossessivo di chitarre sordinate rispetto alla furia inaugurale, rappresenta una sorta di porto d’attracco in un pianeta saturo di esalazioni sulfuree emanate dai gayger che ne crivellano la superficie.

Uno dei dischi chiave di tutto lo space-rock, grondante di elettricità e di follia.

 

Agli inizi degli anni Novanta i Monster Magnet sono la più drogata rock band in circolazione. Menti alterate e tossiche che producono un hard rock insudiciato di stoner, space-rock, Detroit-sound, garage e psichedelia: un mostro tentacolare che ha attaccato le sue ventose sui corpi marci di Grand Funk Railroad, Hawkwind, Stooges, Blue Öyster Cult, Blue Cheer, Motörhead, Third Bardo, Mountain, DMZ, Frijid Pink, Black Sabbath.

Quando arriva il contratto con la major di turno però i rapporti tra i due fondatori Dave Wyndorf e John McBain sono già andati in fumo, assieme a gran parte dei loro neuroni.

John vuole preservare l’anima del gruppo, il suo lato più sperimentale che ha già generato un mostro come Tab… e il lato sporco che si era impossessato dei loro primi dischi per Glitterhouse e Caroline. Sa che dentro le multinazionali dimora il diavolo e che verrà a chiedere la loro anima.

Dave invece vuole la carne e ha dalla sua parte tutta la band, assetata di droghe, donne e successo. Il capitano Dave vuole che la sua sia la band più heavy in circolazione e cede al compromesso, un passo per volta. Quando viene fuori Superjudge McBain è già saltato giù dalla navicella spaziale, sostituito dal biondo Ed Mundell. Con lui al timone la band prosegue il suo viaggio galattico popolato da minotauri e ciclopi, fino a raggiungere la costellazione del Superjudge.

Non sono le Aquile di Spazio 1999, non è l’Enterprise di Star Trek e nemmeno il Falcon di Star Wars. Sull’astronave dei Monster Magnet si viaggia dentro una tempesta di meteoriti, risucchiati da un maelstrom di chitarre che ti inghiotte fino a farti sparire nel vento stellare.

Superjudge è un enorme amplificatore Marshall piazzato al centro dell’universo, un monolite spaziale che diffonde un blues iperamplificato, metallico e dopato. La musica dei Monster Magnet è una gigantografia di Giger proiettata nello spazio, uno sconquassante trionfo di riff mastodontici ed assordanti solcati da una voce che pare voler dominare ogni galassia, un rimbalzo di echi e riverberi evanescenti che percorrono i nostri canali uditivi come fossero lunghe budella dentro cave di tufo.

Dall’iniziale Cyclops Revolution alla rendition di quella lunga cavalcata spaziale che fu Brainstorm degli Hawkwind, la musica di Superjudge è una colata di bronzo rovente pronta ad ustionare la carne, concedendosi solo negli ultimi tre minuti di Black Balloon lo spazio di decombustione necessario prima dell’apertura delle porte che segna l’allunaggio, con un dolce ricamo orientale a metà strada tra le visioni indiane dei Sam Gopal e quelle psichedeliche dei Pretty Things di S.F. Sorrow. Mentre tutti cercavano l’Inferno nelle viscere della Terra, il Capitano Wyndorf trovava l’ingresso alle terre di Lucifero tra le orbite retrogradate di Tau Boötis A. Il Mostro era ancora salvo.

 

Dopes to Infinity assottiglia il confine che separa i Monster Magnet dallo status di gruppo culto dello space-rock a band hard-rock di pubblico dominio.

Senza perdere energia cinetica, l’astronave Monster Magnet si infila dunque nella stratosfera in modo da poter essere guardata da tutti. Il suono perde in parte i connotati mostruosi e l’immagine alterata del gruppo cede alle banali lusinghe dell’immaginario “sex and drugs and rock ‘n roll” perdendo molto del suo fascino eccessivo ed esoterico. La navicella spaziale di Mr. Wyndorf devia dunque dalle sue coordinate intergalattiche verso un più raggiungibile viaggio nella Via Lattea secondo le rotte tracciate dal vascello dei Soundgarden, best-seller della sezione alternative-metal per l’etichetta che li ha messi sotto contratto.

Dopes to infinity perde dunque in follia quello che guadagna in appeal radiofonico, pur presentando delle tracce di space rock alterato (I Control, I Fly, Ego, the Living Planet, Theme from “Masterburner”) che stavolta suonano più come reperti archeologici che come roba venuta dal futuro e rimanendo pur tuttavia su livelli artistici più che dignitosi anche quando i reattori si spengono del tutto lasciando fumare una roba acustica come Blow ‘em Off o il furto ai danni di Santana perpetrato per Dead Christmas. La musica dei Monster Magnet pur meno fumata rispetto a quella degli esordi rimane ancora permeata da quel fascino sinistro e luciferino (Look to Your Orb For the Warning, All Friends and Kingdom Come, Dopes to Infinity, King of Mars) che la avvolgeva al momento del concepimento.

Un pachiderma Marveliano che si muove sopra le nostre teste come una gigantesca e vorace creatura cannibale.

Miscelando Hawkwind, Stooges, Doors, Captain Beyond e Third Bardo, il mostro magnetico incarna l’incubo spaziale dominante degli anni Novanta.

Benvenuta nell’era dell’Ariete, bambina.

 

La volgarizzazione del suono e dell’immagine (Powertrip è tra l’altro il primo disco che vede il gruppo posare per la copertina) dei Monster Magnet, accennata sul precedente Dopes to Infinity diventa atto compiuto con l’uscita del quarto album della formazione americana.

Le esalazioni sulfuree, quel drogatissimo e spesso strato di distorsioni e di voci oscilloscopiche che aveva generato i capolavori di Spine of God e Superjudge sono del tutto evaporate lasciando il posto ad un hard-rock muscoloso ma abbastanza ordinario.

Tutto è sovrabbondante e sovraesposto, qua dentro.

Muscoli e ghiandole mammarie, Ray-Ban™ e lattice, giubbotti di pelle e capelli unti, musi lunghi e fiamme, tutto in primo piano.

La voce di Wyndorf, prima sapientemente fusa alla colata metallica delle chitarre, è ora messa in evidenza, a sovrastare un impianto sonoro che ha quasi del tutto smarrito la sua forza primordiale per diventare una sorta di miscela (o alternanza, in termini più appropriati) tra l’hard-rock iperamplificato dei Grand Funk Railroad (Tractor) e certa psichedelia decadente e horror dei Fuzztones (See You in Hell).

Quel suono che sembrava precipitare da un buco nero è diventato adesso un accumulatore atomico che scarica energia verso terra.

Lo sputafuoco galattico adesso è un Beppe Maniglia che gonfia le sue borse d’acqua calda per la gioia di grandi e bambini, prima di andare via sulla sua Harley-Davidson carica di figa.

 

Con la medesima line-up di Powertrip i Monster Magnet danno il benvenuto al nuovo secolo guardando al dito ammonitore di Dio.

Hanno già detto tutto quello che avevano da dire e quindi non resta loro che riciclare e riciclarsi. God Says No dunque mesce in tutto quello che i Monster Magnet conoscono bene e che ora, hanno scoperto, riescono pure a vendere al pubblico: space-rock, metal, garage, Motor-City sound, ballate psicotrope, adesso pure qualche piccolo aiutino elettronico (il siparietto grottesco di Take It che dovrebbe chiudere il disco se non fosse che si è già deciso di aggiungere alla scaletta Silver Future e una cover degli Union Carbide Productions passandole per bonus tracks, a dimostrazione che a fumare non sono solo gli artisti ma anche chi ne pubblica i dischi, NdLYS)

Avendo già visitato tutti i pianeti raggiungibili, l’astronave Monster Magnet vaga adesso un po’ nel vuoto cosmico. L’equipaggio indossa le solite tute costruite cucendo assieme le tonache usate da vecchi argonauti come Stooges, Doors, Black Sabbath e Hawkwind e celebra se stessa, mangiando i pochi liofilizzati che rimangono in dispensa.

Dio continua a dire di no.

Non lo hanno convinto.

E anche noi restiamo un po’ scettici.

 

Monolithic Baby! segna per i Monster Magnet il rientro nel circuito indipendente.

Sebbene questo venga da più parti (nonché dallo stesso Wyndorf) celebrato come un ritorno ai suoni viscerali delle prime produzioni, nei fatti il suono spaziale dei primi album è ormai del tutto evaporato. Rimane la furia di un hard-rock che paga il suo debito verso formazioni come Stooges, Black Sabbath e Mountain ma il suono, come in God Says No e Powertrip, si è fatto più triviale e volgare continuando a rimacinare un po’ gli stessi riff e a risputare idee che erano già state pensate, dette, suonate, risuonate.

Da altri ma anche da loro stessi.

La formula è dunque quella di un heavy metal sempre più quadrato e banale, con diverse cadute di stile e scivoloni nel cattivo gusto (la Supercruel in cui sembra tornare lo spettro indesiderato di Zodiac Mindwarp, la cover di David Gilmour che li avvicina alle ballad stucchevoli dei tardi Aerosmith e Guns n’ Roses o Master of Light che suona paurosamente vicina agli Holy Barbarians di Ian Atsbury, tanto per dirne di qualcuna).

Ad altro sembravano destinati, i Monster Magnet.

E invece, le rocce lunari hanno prevalso sulle nebulose cosmiche dei primi dischi.

Nessuno ci porterà più in giro tra buchi neri e gravastar.

Privati da un altro sogno, rientriamo alla base.

                                                                                

4-Way Diablo è il disco della resurrezione, e non solo a livello artistico, per i Monster Magnet, ovvero una delle band cardine degli anni Novanta, in culo ai tristissimi profeti del post rock e ai fisici falliti del math-rock.

La novità più rilevante è che Dave Wyndorf non ci ha lasciato le penne. Un’overdose quasi mortale aveva appeso ad un filo la sua vita e ibernato quella della sua band alla vigilia del tour europeo di Monolithic Baby: rivedere ancora una volta il caprone galattico sulla cover di un disco non è mai stato così piacevole.

Ma veniamo all’album: i Monster Magnet non sono più una band di space rock tout-court, non nell’accezione allucinata e dopata dei loro tre “classici” (Spine of God, Superjudge e, in misura leggermente inferiore, Dopes to Infinity), ma una band di potente rock moderno con forte eco di psichedelia heavy dei sessanta. Il loro suono ormai da anni si è “disintossicato” pur senza rompere del tutto i ponti con le orbite cosmiche che da sempre hanno costituito il lato più seducente e alieno del loro suono. 4-Way Diablo è dunque un disco di rock quadrato, granitico, governato dalle chitarre di Dave e Ed Mundell che riserva ottimi momenti (l’implacabile uno-due delle iniziali 4-Way Diablo e Wall of Fire; Cyclone, solcata da gelidissime folate di una qualche tempesta spaziale; l’algido blues di I‘m Calling You; il rassicurante mid-tempo di A Thousand Stars introdotto dagli oscilloscopi di Freeze and Pixelate che celebra il ritorno alle soundtracks per film immaginari tanto cari alla band newyorkese e sulle quali torneranno a breve a lavorare), cadute di tono (You‘re Alive, con una linea melodica presa di peso, anche se credo in assoluta buona fede, dalla I Wanna Hand to Hold di Spencer P. Jones e la cover di 2000 Light Years From Home degli Stones psichedelici i tonfi più clamorosi) e qualche insolita sorpresa (la conclusiva Little Bag of Gloom: 2 minuti e 11 secondi di organo ecclesiastico su cui si stende la voce di Dave, trasformato per l’occasione in un crooner venusiano che ci racconta la sua discesa nell’oblio del coma dello scorso anno). Il tutto suona però più naturale e meno costruito rispetto alle ultime sfocate prove in studio, da Powertrip in poi, recuperando in parte il calore garage dei loro esordi, prova ne sia che una delle tracce è un rifacimento di un loro vecchio demo dell’88 (andate a risentirvi l’ormai introvabile Love Monster, NdLYS).

Malgrado abbiano già scritto i loro capolavori, i Monsters restano una delle poche band per cui valga ancora la pena mettere mano al portafogli.

Chi mi conosce sa quanto io sia stato parziale con i Monster Magnet.

In maniera indolore e nessun senso di colpa fino a Dopes to Infinity.

Soffocando qualche molecola di etica professionale da allora in poi, in ricordo dei bei tempi andati. Anche quando Dave Wyndorf ha cominciato a spendere più a puttane che in droghe e i dischi dei Monster Magnet erano diventati una pastetta di metal tamarro con qualche residuo scaduto delle vecchie ricette.

Mastermind, ottavo album della band americana e secondo da quando Dave è uscito dal coma che se lo stava portando davvero tra le stelle a fare lo Space Lord senza più dover fingere chiude invece forse definitivamente il feretro sul corpo decomposto dei Monster Magnet. Mastermind strabocca dei luoghi comuni del loro rock gonfio di testosterone.

Ogni riff, ogni urlo, ogni groove è già stato sentito, sviscerato, metabolizzato, rigurgitato dalla schiera sempre più fitta di headbangers urlanti dei loro concerti. Ogni millimetro di strada di queste dodici canzoni è già stato calpestato, esplorato, setacciato e ispezionato. Tutto qui è già stato sentito, tutto già stato detto.

Dai tetri siparietti di The Titan Who Cried Like a Baby e Time Machine alle fiamme posticce di Bored With Sorcery o 100 Million Miles è un succedersi di diapositive sfocate ma sotto flash abbaglianti, uno srotolarsi di energia che cerca di nascondere una carenza di idee imbarazzante.

Potrei citare ogni pezzo e per ognuno di essi elencare almeno due fotocopie già stampate sui dischi che lo hanno preceduto ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

Potrei essere spietato ma non lo sarò.
I Monster Magnet ci hanno portati nello spazio e illusi che poteva essere per sempre.

Poi, ci hanno riportati a casa, continuando ad indicarci le stelle sperando che qualche fesso non si accorgesse della truffa.

 

Tim Cronin è rimasto su Marte.

John McBain su Giove.

Joe Calandra su Saturno.

Ed Mundell, alla fine, ha abbandonato la nave alle porte della galassia di Andromeda.

Wyndorf il Tiranno è rimasto da solo, a vagabondare nel suo universo, tra le costellazioni che sagomano mostri mefistofelici.

Si è fermato.

Ed è ripartito da capo.

Portando in tour Dopes to Infinity prima e Spine of God dopo.

Un bagno rigenerante nella SPA del vecchio space-rock dopato e nella psichedelia cosmica che gli ha dato la spinta per scrivere buona parte di Last Patrol, il disco che dirada le nebbie metallare degli ultimi lavori e reimmerge la testa del mostro Kirbyano nella torba astrale dei primi immensi ed insuperati lavori, alternandosi tra cavalcate compresse fra enormi rulli elettrici come End of Time e Last Patrol,  passeggiate sulla faccia nascosta della luna come I Live Behind the CloudsStay Tuned e corrucciate cavalcate tra la polvere rossa del Grand Canyon (The Duke of Supernature) o fra le pragaya del Gange (la cover mistico-psichedelica di Three King Fishers dal canzoniere magico di Donovan).

Last Patrol mostra un Wyndorf in forma smagliante, anche se il suono della sua band e la sua stessa bellissima voce da crooner spaziale sono ormai diventati un clichè e noi (io) troppo esigenti.

Va da sé che i dischi fondamentali li hanno già scritti, i Monster Magnet.

Quando sia io che Dave avevamo vent’anni di meno.

Non ne scriveranno altri.

Mettetevi il cuore in pace.

 

Sulla scorta di questa consapevolezza, che forse non è solo mia, i due anni successivi a Last Patrol sono dedicati ai ripensamenti: Milking the Stars e Cobras and Fire provano infatti a rileggere gli ultimi due lavori con un pizzico di audacia in più e tentano di rievocare lo spirito space-rock dei lontanissimi primi anni Novanta. Ecco dunque riaffiorare la vecchia effettistica, le lunghe cavalcate allucinate e addirittura un cameo di Tim Cronin per una versione disturbata di Ball of Confusion dei Temptations.

L’astronave vira vistosamente verso quel magnete gigante che è la musica degli anni Settanta e la cui rotta sembrava smarrita.

Non tutto è necessario e devastante come ai vecchi tempi, ovvio. E dal corpo dell’astronave ci sono vistose perdite di olio e di carburante.

Ma il viaggio a ritroso nel tempo, pure se a tratti quasi grottesco e qualunque siano le motivazioni che hanno spinto il Comandante ad ordinare la virata, si mostra oltre che necessario anche piacevolmente “stupefacente” e propedeutico per il ritorno discografico ufficiale di Mindf**ker, il miglior disco dei Monster Magnet dai tempi ormai lontani di Dopes to Infinity. Nonostante qualche tuffo nei soliti luoghi comuni del Monster-sound (I’m God o la title-track ad esempio), Mindf**ker riesce ad infondere nella musica del gruppo del New Jersey uno strepitoso groove rock ‘n roll.

Naturalmente innestato nella carcassa fumante tipica della band.

Però il ritorno a certe fumose atmosfere detroitiane, garage e hard-psych degli esordi sono tangibili in molti passaggi dell’album. Al punto che non mi stupirebbe se pezzi come Rocket Freak, All Day Midnight, Brainwashed o Ejection piacessero a chi ha amato come me band come Plan 9, Miracle Workers, Fuzztones o Morlocks. Perché, pur provenendo da pianeti diversi, alla fine sembra che l’astronave dei Monster Magnet atterri più o meno consapevolmente in una pista non molto distante da quelle in passato utilizzate come atterraggio di fortuna proprio da quelli, soprattutto a metà carriera.

Ovviamente è la variante metallica di quel suono e chi si avvicinasse oggi (ma pure ieri e l’altroieri) al magnete speranzoso di trovare chissà quale purezza d’approccio resterà con i suoi stivaletti a punta impigliato fra le sue spire. Così come lo rimarrebbero del resto i metallari. Perché, costruttivamente parlando, i Monster Magnet non ne hanno mai sposato lo stile, limitandosi ad imitarne le pose.

Si sono appiattiti, questo si, su un clichè. Da cui questo lavoro cerca in qualche modo di tirarli fuori in maniera credibile.      

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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