EDOARDO BENNATO – Burattino senza fili (Legacy Edition) (Sony Music)  

4

L’ho rimesso su e ho avuto un brivido. Forse ancora più intenso, più profondo di quello che ebbi allora. Anzi, sicuramente.

Burattino senza fili fu i miei sette anni.

Il MIO ’77. ‘che io manco sapevo fosse il Settantasette, per dire.

Quel che mi catturò allora fu, ovviamente, il legame con la favola della mia infanzia, l’unica che mi avesse sempre appassionato, la sola che possedevo fisicamente in una vecchia edizione di qualche decennio precedente. Mi piaceva la capacità di Bennato, mia ossessione musicale di quegli anni, di dar loro una tridimensionalità, di renderli cosa viva. E intanto che l’ascoltavo, la forza metaforica, allegorica di quelle canzoni penetrava, insidiosa, dentro di me e si insinuavano in me la diffidenza verso gli altri e l’avversione verso l’ordine costituito, verso i grandi burattinai della storia. Me ne sarei reso conto molto più avanti, in adolescenza ormai compiuta. Burattino senza fili fu uno dei dischi che mi “educò”, che sagomò gran parte del mio carattere, che forgiò la piombatura alla mia indole. Molto di quello che penso adesso e come lo penso adesso lo devo a quel disco. E a quella favola.

Le grandi celebrazioni del ’77 ci hanno riportato, fra le altre cose, quel disco. Che entra di diritto fra i dischi più belli di quell’anno e che costituisce il capolavoro espressivo di Edoardo Bennato, la sua risposta definitiva, vincente alle accuse di “tradimento” della cultura popolare di cui aveva parlato quattro anni prima su Rinnegato. Il primo disco, ironia della sorte, in cui il fratello Eugenio non è presente in studio. L’adesione ai modelli stilistici d’oltreoceano è tangibile e concreta più che mai, volutamente parodistica, quasi a sottolineare come la burla, l’inganno si nascondano quasi sempre dietro un gesto familiare, schietto, apparentemente sincero.

Il rock ‘n roll, il blues, il folk-rock, il twist e addirittura i valzer di Strauss diventano metafora nella metafora e cristallizzano nella memoria collettiva i personaggi come fossili di molluschi dentro le conchiglie. Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, il Grillo Parlante, i gendarmi, la Fata Turchina, il giudice e Pinocchio stesso, raggirato dagli amici e dalle astuzie dei nemici, soffocato dal potere, manovrato da mille fili invisibili (ad onor del vero, tecnicamente Bennato lo trasforma dunque in una marionetta, visto che il burattino non è manovrato dall’alto ma dal basso ed è quindi, per sua stessa costruzione, privo di fili, NdLYS) diventano personaggi non solo attuali ma, riascoltati oggi, perpetui. Lo psicodramma del Burattino senza fili si snoda lungo otto canzoni che entrano tutte con prepotenza e successo (sarà l’album più venduto in Italia per quell’anno) nell’immaginario e nel repertorio improvvisato di quella generazione. La mia.

La versione Legacy, da non confondere con la versione riveduta e corretta pubblicata pochi mesi prima in allegato a Sorrisi e Canzoni, affianca al disco originale un secondo cd intitolato Canzoni senza fili, con pezzi successivi e già editi che si muovono nello stesso paesaggio Collodiano di quell’album e belle versioni ruspanti e nude di quelli che, in quelle date che vanno dal 19 Dicembre del 1977 al 18 Settembre del 1981, sono ormai degli standard della canzone italiana. Sempre sul cd “gemello” troviamo un paio di registrazioni dell’edizione francese del disco, tradotte dal madrelingua Antoine (che poi inciderà sul suo disco Solitaire, un tris di canzoni di Bennato in francese, NdLYS) e reincise nella lingua napoleonica da Bennato nel 1978 ma alla fine mai pubblicate. Curiosità e reperti per appassionati, certo. Ma la magia di Burattino senza fili, l’alchimia che ne fece il capolavoro che fu e che resta, è tutta chiusa in quei trentasei minuti che la nostra voracità ci impone sempre, quantomeno, di raddoppiare.                   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro