MOTTA – Vivere o morire (Sugar)  

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Le canzoni di Motta si muovono dentro uno spazio limitatissimo. Sono pagine personali, intime, private che diventano canzoni quasi accidentalmente. I protagonisti e le città sono le persone e i luoghi in cui lui si è imbattuto. Le storie sono storie ordinarie, consuete, addirittura banali. Le domande sono quelle classiche della sua generazione, tanto che anche Diodato se ne è poste di analoghe, giusto qualche mese fa. Sono dubbi, paure ed incertezze che sono dunque private ma universali allo stesso tempo, in quanto è facile innescare il meccanismo dell’identificazione, soprattutto con chi ha un’età anagrafica prossima a quella di Motta. Ed ecco perché alla fine le sue canzoni piacciono a tanti e vedremo cantare La nostra ultima canzone all’unisono al Festival del Primo Maggio, come se stessimo assistendo ad un concerto di Vasco Rossi. E così via, per tutti i giorni di Maggio che verranno e per i mesi successivi. È un po’ come quando posti la foto degli zoccoli di legno su Facebook con su scritta la frase “se anche tu li hai calzati, condividi” e la gente condivide. E si sente gruppo, pur senza esserlo mai stato.    

La musica del cantautore livornese è fondamentalmente statica e se ha un piccolo moto è sempre ondulatorio, mai sussultorio. Non ha slanci o picchi emozionali determinanti. Si nutre di pochissimo. Le sue canzoni girano tutte intorno ad un’idea minimale, essenziale, senza grossi addobbi e con una fortissima messa a fuoco sulla voce, sul tono confidenziale e sulla condivisione del racconto. E questa volta lo è addirittura in maniera più netta ed evidente. Anche graficamente la differenza col primo disco è solo un dettaglio di colore, di luce. Stavolta di una tinta più cupa rispetto a quella di due anni fa, a sottolineare come l’atteso appuntamento con la felicità dei post-vent’anni sia stato disatteso.

Ma l’inquadratura è a totale appannaggio del protagonista.

Non c’è spazio per altro. Neppure per la felicità, qualsiasi cosa essa sia.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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