THE DARK LIGHT – Keep Off the Grass (Unknown Pleasures)  

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Non so esattamente che fine abbiano fatto le registrazioni cui stavano lavorando i World’s Forgotten Sons al Toe Rag di Liam Watson. Fatto sta che mi ritrovo adesso fra le mani il nocciolo duro di quella band sotto un nome nuovo e con un nuovo lavoro prodotto dal chitarrista Marco Simoncelli assieme a Shuta Shinoda, tecnico del suono già al lavoro con Clientele e Who Made Who. Quel che suonano non è molto distante da quanto ricordo dei WFS: chitarre belle tese e fumanti che ricordano quelle di perdute band britanniche degli anni Novanta come Bivouac e S*M*A*S*H che spiavano l’America senza essere viste.  

Anche nella musica dei Dark Light malgrado un aplomb disinvolto e, appunto, inglese quel suono che parte dalla Detroit degli anni Sessanta e finisce per toccare lo sleaze-rock californiano degli anni ’80, il metal-punk del decennio seguente e certo cantautorato “ortodosso” (Neil Young ma pure certo Springsteen, se lo avete ascoltato tutto) è fortemente presente, incalzante fino a straripare su tracce come Watching You Burn e She Likes It, mostrando quando sangue occulto americano ci sia nelle loro feci. Quando il quintetto sceglie invece di adottare soluzioni meno abrasive il risultato, notevole, si avvicina spesso allo strepitio e all’ammaestrata indolenza dei primi Oasis e degli Stereophonics. Certo, sono canzoni che tentano l’assalto ad una fortezza già da tempo conquistata per chi ha qualche decennio di musica sulle spalle e dentro le orecchie e proprio per questo familiari già al primo ascolto. Ma, nonostante avrei gradito un pizzico di cattiveria e qualche camicia sbottonata in più, i Dark Light si dimostrano autori capacissimi e musicisti vigorosi che potrebbero conquistare un pubblico ben più numeroso di quello cui una produzione indipendente riuscirà a raggiungere, nonostante una distribuzione come quella di Rough Trade.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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