GIORGIO GABER – Il signor G (Carosello)  

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La profonda riflessione post-sessantottina conduce Giorgio Gaber alla mutazione di pelle che porterà alla nascita de Il signor G e che lo caratterizzerà per tutti gli anni Settanta.

Chi è Il signor G?

È l’uomo dentro la macchina.

No, non la Torpedo blu. La macchina deformante e omologatrice del Sistema.

Il signor G ne viene inghiottito eppure, come gli altri signor G, sente il dovere morale di criticarlo, di costruirsi un antagonismo di facciata, la smania di protestare pur senza mai mettersi in prima fila. Così, per chiacchierare, per dire la sua. L’uomo che ha raggiunto dei piccoli privilegi borghesi dei quali non vuole privarsi. Eppure Il signor G, che prima di essere tale era uno dei tanti “ragazzi G”, si sente divorato dai dubbi, dalle incertezze, tallonato dalla sua stessa coscienza, vittima di quella disciplina dei sentimenti che la macchina gli impone suo malgrado.

Il risultato è un uomo antropologicamente modificato, svuotato dei suoi eccessi che adesso vengono confinati nel recinto delle depravazioni, costretto a saziare i suoi appetiti in una ciotola di perbenismo cui la società in cui vive da schiavo inconsapevole nonostante tutto lo obbliga. L’uomo le cui rivendicazioni sociali sono state disinnescate dalle regole più abiette del consumismo (Sul muro c’era scritto “Alzateci il salario”: l’ha cancellato un grande cartellone con scritto “Costa meno il mio sapone”).  

È l’uomo qualunque che Gaber racconta dentro i teatri disertando quei palchi da gara canora dove si sente sempre più fuori luogo. Accanto a lui, in giacca, cravatta e cappello, un enorme pallone di gomma. Davanti, un pubblico sbigottito che non sa cosa aspettarsi. Non è uno spettacolo di canzoni, non è prosa, non è cabaret. È solo una di quelle serate dove non sai come vestirti. Una di quelle serate che ti mettono a disagio. Tanti signori e signore G seduti in platea ad applaudire chi in realtà li sta mettendo davanti ai loro stessi turbamenti, alle loro stesse inquietudini taciute, ai loro stessi paradossi. È una dimensione che ovviamente va oltre il contenuto strettamente musicale e che si avvicina invece al “vetusto” concetto di dialettica. Gaber ridefinisce se stesso e si lancia nella grande analisi dell’uomo moderno che diventa la sua cifra stilistica e che lo caratterizzerà per tutto il resto della sua carriera.  

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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