FRANCESCO GUCCINI – Radici (EMI)  

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Tessera del partito, l’Unità e cassetta (non vinile, il nastro era più proletario) di Guccini.

La sinistra italiana degli anni Settanta potremmo racchiuderla in questa immagine qui. Un’immagine poetica e fossile, un po’ come quella di Guccini, l’antimoderno per eccellenza del cantautorato italiano. Uno che sapeva di cose antiche già quando era in piena attività e radunava folle di giovani col pugno alzato e che gli adolescenti di oggi accosterebbero più a Gozzano, se sapessero chi era, che ad un qualunque cantautore. Una roba che già allora sembrava appartenere ai padri e che oggi pare appartenere ai nonni o ai bisnonni. Il suo, di bisnonno, campeggia con la famiglia al completo, sulla copertina di Radici, il disco con il quale gli allora attivissimi “comunisti” italiani lo adottarono come voce ufficiale della lotta proletaria, in virtù dell’epico racconto delle gesta di Pietro Rigosi, macchinista ferroviere anarchico che il secolo precedente (sapeva di cose antiche, il Guccini, come ho già detto) aveva dirottato in solitario una locomotiva verso la stazione di Bologna. La locomotiva era l’essenza stessa della poetica gucciniana, con un uso sapiente della metrica e una ricca cornucopia di parole capaci di evocare immagini a rilievo, colte nella forma e tridimensionali nel risultato. E carica di un simbolismo vivido e tenace, forgiato con lo stesso acciaio di quel bufalo metallico che divorava la pianura emiliana, quelle terre prosperose a oriente delle quali sembrava sorgere il sol dell’avvenire.  

Il fatto che questa storia fosse rimasta come impigliata dentro un disco che rivendicava le proprie radici la diceva lunga su cosa fosse Francesco Guccini, oltre che un abile poeta: un personaggio pubblico autentico, perfettamente sovrapponibile alla sagoma della persona privata. Uno che aveva certamente letto i classici della letteratura italiana (Pavese, Carducci, Fogazzaro, Gozzano, Verga sicuramente), ma anche Marx e Bakunin, Hemingway, Eliot, Gramsci e Giuseppe Vettori. Uno istruito. Un letterato. Un saggio. Un proletario. Uno che frequentava le osterie e le bettole, che se pure non lo vedevi sfilare in un corteo sapevi da che parte stava. E stava dalla tua.

Uno voce-e-chitarra. Perché il messaggio era ciò che contava, anche se vestito di stracci. Anzi, meglio se vestito di stracci.

Ma Radici è soprattutto romanzo personale, raccontato ora con tono fiabesco, ora con livido rancore, talaltra con addolorata mestizia ma sempre con asciutta fierezza. Guccini getta un’ancora alla sua terra, un’ancora arrugginita. E il suo vascello si incrina, scavato impunemente dal sole, prigioniero del tempo che lo tiene in scacco.

Forse è un po’ per questo che Radici è un disco scrostato e greve, a tratti addirittura plumbeo e spesso vittima consenziente di arrangiamenti faticosi, facile preda delle muffe e carico di oscuri presagi.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro