ALESSIO CACCIATORE & GIORGIO DI BERARDINO – Britannica (Vololibero)  

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1988/1998. Ovvero l’ascesa del brit-pop e la sua lunghissima scia. Ma anche ciò che preparò il terreno a tutto il fenomeno, dalla nascita della Factory e della Creation agli inevitabili Smiths. E pure qualche frattaglia che non si sa bene perché ci sia finita dentro (mi riferisco in particolare ai Joy Division i quali, provenienza geografica a parte, non avevano praticamente nulla a che fare col fenomeno ne’ a livello di attitudine ne’ come modello stilistico o di ispirazione) e altro che, per motivi dunque analoghi, sarebbe invece magari stato opportuno infilarci (i Fall, che avranno un peso notevole sulla definizione del suono degli Happy Mondays, non vengono neppure citati per errore). Così come lascia perplessi trovare Automatic degli scozzesi J&MC in cima alla top 25 dei dischi fondamentali del suono di Manchester (ammesso che quel disco possa essere in qualche modo associato stilisticamente a quanto succedeva duecento miglia più a Sud, sul libro non ne viene spiegata l’importanza), dentro cui peraltro finiscono formazioni provenienti dalla Gran Bretagna tutta alimentando nei neofiti una confusione probabilmente non voluta ma forse inevitabile.  A questo aggiungiamo magari, tanto per essere capricciosi e pedanti, un paio di sviste clamorose e reiterate (quelli che poi vengono giustificati come refusi, per capirci) sui titoli di album fondamentali come quelli di Verve e Stairs.

Il primo libro italiano dedicato al fenomeno brit-pop è un po’ un’occasione bruciata, finendo per essere più che altro una cronologica sequenza di gossip e date rubate all’agenda del sacro triumvirato Suede-Oasis-Blur e, in aggiunta per ovvi motivi, le Elastica. Un approfondimento che altrove viene negato, come accennavo prima. Quel che ne viene fuori è un lavoro abbastanza superficiale nei contenuti così come nel linguaggio, mancando ad esempio di sviscerare i legami ideologici con la vecchia scena mod che costituiranno una delle tendenze più significative di gran parte del movimento brit-pop o di indagare sul quanta influenza abbia avuto la ricerca spasmodica delle oscure perle Northern Soul per la legittimazione del dj come figura chiave nella scena acid locale.     

Molto meglio a questo punto la lunga appendice che occupa la restante metà del volume e che può servire per muoversi nella giungla dei gruppi “minori” (quelli non approfonditi sul resto del volume, per essere precisi), molti dei quali non ricordavo più neppure io che quegli anni li ho vissuti molto intensamente. Che poi risulti che a produrre i Tindersticks sia stato sua maestà Lee Hazlewood in persona e che fra gli inevitabili assenti ci siano Heads e Breathless (ma anche i fondamentali Commotions di Lloyd Cole e i Prisoners citati solo di striscio, NdLYS) fa perdere di valore anche questa sezione, ma tant’è.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro