THE SLITS – Cut (Island)  

Londra, 1976.

I Sex Pistols stanno bruciando le tappe e l’intera città, dando vita ad un fenomeno sociale e musicale dalle proporzioni devastanti.

Ariane Daniela Forster, di origini tedesche, è arrivata in città e ha eletto Johnny Rotten a suo idolo. Una venerazione ai limiti dell’ossessione.

Due anni più tardi Ariane, ormai ribattezzatasi Ari Up, si ritrova il suo Dio per casa, come nuovo compagno della mamma Nora Forster: se l’avesse predetto una cartomante, non ci avrebbe creduto nessuno, men che meno lei. John e Nora sarebbero diventati marito e moglie l’anno successivo. Ovvero lo stesso anno in cui le sue Slits pubblicano il loro album di debutto, un disco totalmente astruso e trasversale in cui i personaggi della Londra punk vengono citati (Rotten, Vicious, Levene) ma nient’affatto copiati. Perché Cut è un disco dove di punk carico di chitarre e violenza non c’è nessuna traccia in quanto, in quelli che Don Letts definisce “i 100 giorni in cui il punk interessava a quattro persone e un cane”, sono proprio le serate a base di musica giamaicana che Letts conduce al Roxy ad attirare l’attenzione di Ari al pari degli show volgari dei Sex Pistols e a finire, manovrate a dovere da Dennis Bovell dei Matumbi, dentro la musica della sua band. Del punk, dentro Cut, c’è l’approccio totalmente anarchico e illetterato agli strumenti. E sebbene non ci siano creste ma dreadlocks e acconciature tribali, di quelle guglie punk nella musica delle Slits si avvertono le punte taglienti, sottoforma di pennate reggae e funk aguzze e acuminate. Non è un caso che il loro disco esca per la Island, l’etichetta di un giamaicano trapiantato in Inghilterra che la sua “isola” non l’ha mai dimenticata e che farà di Bob Marley un nome sacro della musica mondiale.  

Ma l’approccio delle Slits al reggae è minimale, essenziale, tribale, smembrato, disinibito, anarcoide. Non si concilia facilmente con quanto al pubblico piace di quella musica esotica. Non è derivativo ma archetipico, se capite ciò che intendo. Ed è un approccio, oltre che nuovo, totalmente femminile e femminista. Libero dai vincoli cui pure il punk si è allineato cedendo al compromesso col rumore, i volumi, l’energia. Le Slits elaborano, di contro, un suono che è pruriginoso e stizzoso e che non intende circuire o adulare nessuno. La foto di copertina che le ritrae svestite e guerriere, va nella medesima direzione: è un’immagine che, nonostante la nudità esibita, non suscita libidini sessuali ma trasmette un senso di soggezione, le pose e gli sguardi evocano immagini di Erinni greche e delle desiderabili ma temute vergini valchirie.

Nessuno si masturberà sulla copertina delle Slits.

Quel “Cut” del titolo, non promette niente di buono a chi dovesse anche solo pensarlo.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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