AFTERHOURS – Hai paura del buio? (Mescal)  

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Si apre con una bestemmia il nuovo disco degli Afterhours, quello destinato ad aprire una breccia nel muro dell’underground italiano e a fare della band di Manuel Agnelli il nuovo punto di riferimento della musica alternativa italiana. Album costruito, sin dalla copertina, sull’accostamento e l’alternanza dei contrasti e che mostra come i timidi e dubbiosi approcci alla lingua italiana dei primi anni Novanta siano diventati in poco tempo la carta vincente del gruppo. Il suono di Hai paura del buio? rivela in più di un’occasione (Male di miele, Lasciami leccare l’adrenalina ed Elymania gli esempi più lampanti) la propria ascendenza Pixiesiana ma, come dicevo, non è esclusivamente l’accostamento tra melodia e rumore il solo gioco di contrasti che gli Afterhours elaborano.

Atmosfere e testi giocano spesso col torbido ma occultandolo sotto una patina di purezza persuasiva ed accattivante così come irruenza e calcolo sembrano contendersi il minutaggio dell’intero lavoro tanto quanto le esigenze artistiche e quelle meno schiette e moralmente discutibili di avido calcolo commerciale, tirando fuori le invettive di Sui giovani d’oggi ci scatarro su e l’autoanalisi del Musicista contabile o la constatazione pratica di Questo pazzo pazzo mondo di tasse. Dentro Hai paura del buio? convivono dunque due o più anime artistiche in apparente contrasto, una in grado di elaborare congetture pop ben tornite, arrangiate con perfezione tattica da meretrice incallita e un’altra che invece si nutre di rumori, di suoni stranianti, di strumenti che sembrano “passare di lì” quasi per caso e pure vengono invitati a recitare un loro ruolo che è marginale solo se paragonato ai vestiti formali ed eleganti di canzoni come 1.9.9.6. o Voglio una pelle splendida.  

Lusinghe e insulti elargiti in egual misura. Nessuna fiducia in un mondo migliore, in un’inaspettata esplosione di generosa o travolgente benevolenza. Gli Afterhours covano l’odio e lo accarezzano, poi ce ne porgono una razione, con amorevole disinganno e senza alcuna pietà.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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