BIG COUNTRY – Steeltown (Mercury)  

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Il 1984 è l’anno in cui alla curiosità di nicchia destata dal disco di debutto si sostituisce, per i Big Country, il successo e la visibilità popolare. La partecipazione al Band Aid assieme a tanti colleghi ben più famosi e le presenze da turnisti d’eccezione su dischi di grande successo (quelli di Cult e Roger Daltrey fra gli altri) arrivano a coronare un anno che li ha visti, ad Autunno appena inaugurato, svettare in cima alla classifica con il disco destinato a diventare il loro primo (e unico) capolavoro. L’album capace, pur replicandone la formula, di portare ai massimi livelli produttivi ed artistici quanto seminato sul debutto dell’anno precedente. Un rock mascolino e solenne in grado di raccogliere il testimone di lavori come War degli U2 o Declaration degli Alarm, i dischi provenienti dalle altre due periferie dell’Impero Britannico. Al banco regia viene confermato Steve Lillywhite, fautore di quel suono così peculiare (chitarre-cornamuse, tamburi in primo piano anziché “sullo sfondo”, la voce di Stuart che alterna il canto a brevi invocazioni da combattimento) che è già il tratto distintivo del suono dei Big Country e che qui si spiega in tutta la sua forza evocativa su Flame of the West, East of Eden, Tall Ships Go, The Great Divide, e l’infinitamente bella Just a Shadow.

Noi qui su un campo di battaglia che non è il nostro.

E tutti gli altri a limonare sui dischi degli Spandau Ballet.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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