ELEVENTH DREAM DAY – Prairie School Freakout (Amoeba)  

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Pare, e non posso confermarlo, che i sogni elaborati l’undicesimo giorno dalla luna nuova abbiano a realizzarsi. Io devo aver sognato sempre nei giorni precedenti o in quelli successivi. Rick Rizzo, Janet Bean, Baird Figi e Doug McCombs invece sognano nel giorno perfetto. E sognano spesso che loro sono su un palco e non portano più i loro nomi ma quello di Neil Young. E hanno i capelli lunghi e oleosi. Annodati talmente stretti alle chitarre che le corde finiscono per suonare nodose esse stesse. Catramose e spurie, come buona parte del grunge avrebbe insegnato. Ma loro lo sognano nel 1988, durante una notte in cui la luna paisley si è appena eclissata, dissipando tutt’intorno un chiarore elettrico.

Prairie School Freakout è immerso in questa palude elettrica che è la stessa delle tempeste di Rust Never Sleeps e del reticolato di filo spinato che i Television hanno alzato sotto il tendone della stessa Luna dieci anni prima.

Il branco guidato da Rizzo ci corre attraverso, zuppo e mai pago. Sbava e urina sulle felci. Di sbavature e urine è piena pure la loro musica, che sembra seguire le orme già lasciate sull’erba da band come Gun Club e Dream Syndicate, come se sentissero urgente il bisogno di un rifugio, che sia prossimo o distante mille miglia.

Nella corsa lasciano tracce memorabili che invece in pochi ricorderanno, come quelle che rappresentano il cuore del disco: Driving Song, Tarantula, Among the Pines e quella Through My Mouth che altri animali dotati invece di raziocinio (Depeche Mode) avrebbero trasformato in I Feel You. Oppure quella meravigliosa pioggia acida che cade giù per undici minuti nella tardiva ristampa in cd, come a voler cancellare le impronte, a rassicurare il passo del viandante che si trovi a percorrere quella terra piena di carcasse, alberi spinosi e uccelli che hanno imparato a volteggiare in un girotondo di attesa predatoria sin dai tempi del Little Bighorn, da quel giorno in cui il sogno del Generale Custer non si avverò, sognando come me in un giorno sbagliato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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