FUNKADELIC – Funkadelic (Westbound)  

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Il debutto dei Funkadelic è il cazzo di Jimi Hendrix durante una fellatio di una bocca che schiuma di lattiginose bave funk. Il tramestio di quella lingua si sente appena poggi la puntina sul disco, ed è un rumore che somiglia in tutto e per tutto a quello di ben altri solchi. “Se mi succhi l’anima, io leccherò le tue emozioni più sporche”, dice Clinton. E tutti capiamo a cosa alluda.

Tutto quello che viene dopo ha quella carnalità, quel senso di lussuriosa e vischiosa gelatina erotica che l’introduzione lascia già intuire.   

L’embrione di tutto il P-Funk. Nonché di tanto hip-hop che sarebbe venuto dopo. E non solo quello, per Dio. Dacché il concetto stesso di crossover e le metamorfosi rallentate del beat in quello che sarà il trip-hop partono egualmente da qui.  

È il posto, il luogo esatto dove i popoli e le razze convergono, pronte all’armageddon. Funkadelic portano all’assurdo la visione funky-psichedelica dei Parliament e di Sly and The Family Stone. Creano un mondo che orbita attorno al nostro e ci controllano da lassù, mentre si strafanno di droghe e rullano joint nella carta igienica. Quando scendono sul nostro pianeta, lo fanno nelle loro divise rosa shocking, giallo oro e verde vomito. Sembrano delle checche e invece vengono ad ingozzarsi di donne e di acidi.

Ogni volta che mettono piede sulla Terra lasciano una nidiata di larve che si trasformeranno in insetti anni dopo.
Come fossero degli Elohim venuti a fecondare le colonie del loro sistema solare.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro