THE KINKS – Arthur (Or the Decline and Fall of the British Empire) (Pye)  

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Se non avesse dimostrato la sua grande capacità di narratore-musicista, avrei visto Ray Davies come un abile pasticciere. Pudding, crumble, scones, Battenberg cake, Carrot cake, Chelsea bun, Spotted dick, Budino della Regina. Le dita che corrono sapienti fra i contenitori per il burro, le boccette di marmellate, i dosatori di cannella. Il sorriso appena accennato mentre serve i suoi tortini assieme ad una fumante teiera o ad un brick di caffè o mentre allestisce un ricco buffet, come quello approntato in onore della Regina Vittoria nel 1969 anche se è ad un anonimo protagonista del suo regno che l’evento viene intitolato. Un Arturo qualsiasi costretto ad assistere al declino e al crollo della società vittoriana.

Un abbrivio sontuoso, rigoglioso, lussureggiante. L’inaugurazione del buffet, intitolato in maniera pertinente Victoria, è carico di tutte le prerogative sfarzose dell’età vittoriana. Poi, un po’ alla volta, il cielo si addensa di nubi. Una nuvola per la guerra, una per la povertà, una per l’emigrazione, una per la malinconia, una per la persuasione coercitiva, una per i sogni crollati come un tetto di canne e gesso sotto il peso della neve. Yes Sir, No Sir, Some Mother’s Son, Brainwashed, Australia, Mr. Churchill Says, Shangri-La, Young and Innocent Days, Nothing to Say, Arthur si affacciano una dopo l’altra, dense e bellissime.

Finché il cielo non viene coperto del tutto.

Finché non piove su quei golosissimi tortini di Mr. Davies.

Piove che non c’è riparo, per nessuno degli invitati.

Piove che sembrano lacrime.

Forse, lo sono.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro