DENOVO – Unicanisai (Kindergarten)  

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Forse la cosa più gentile uscita dalle cantine catanesi degli anni ’80. Di sicuro, fra quelle, l’unica che pareva destinata nonostante tutto ad un successo su larga scala. Che ci fu, ma solo in parte.

I Denovo erano un caso anomalo di pop-music buttata nel calderone del “nuovo rock italiano” pur avendo un’attitudine che con la ribelle carica del rock e con i modelli dell’epoca (i gruppi dell’area neo-gotica inglese, nella quasi totalità, oppure il revival del revival rockabilly e il punk fuori tempo massimo) c’entrava come il cavolo a merenda. Per il quartetto catanese era più un affare di zuccheri che di proteine. Si tratta di trovare una via tutta propria e tutta cantata in italiano a certo zompettante funky bianco di scuola Talking Heads/XTC.

Alla lontana, certo.

Ma di certo la musica dei Denovo, dentro quel mare nero nero dentro cui annegavano i gruppi dark per tutta la prima metà degli anni Ottanta, sembrava un luccichio di acque termali dentro cui si agita un Mediterraneo accogliente e rinfrancante. Si allineava tra le fila della musica giovane presentandosi disarmata.

Una musica rassicurante nella misura in cui, invece che cercare di recidere forzatamente i legami con la tradizione melodica italiana cercava di ravvivarla immergendola in una frenesia moderna, strappandola dalle fauci dell’idealismo politico e dal marciume stagnante della canzonetta in rima. In qualche modo i Denovo sceglievano di restare alieni, fuori dall’orbita del rock più cattivo e cerebrale così come da quella della canzonetta, facendosi però guardare con ammirazione dagli abitanti di entrambi i pianeti. Saziavano un bisogno di normalità e lo facevano in maniera intelligente, preservando la cantabilità dentro un’ampolla dai vetri sabbiati e porgendola (più per necessità che per scelta, direi) al pubblico alternativo con le facce pulite e glabre.

Unicanisai, esordio a lunga durata, smussava già gli angoli del loro E.P. di debutto, che era un po’ il debutto di tutta la “nuova onda” siciliana. Ne ingentiliva le forme e, pure, ne deturpava un po’ la fisionomia con un lavoro di abbattimento di temperature simile a quello della catena del freddo operato da Fabrizio Federighi, all’epoca abituato a lavorare con una band davvero glaciale come i fiorentini Neon. Certe tastiere affioranti e pervasive e un lavoro di metronomica precisione sulla batteria si avvertono quasi estranee al corpo dei Denovo, ne abbassano appunto la temperatura. Ma del resto all’epoca chi ci capisce davvero qualcosa su cosa manovrare in studio quando arrivava una band “new wave”? Cosa evidenziare? Su quali canoni allinearla? E ancora, perché correre il rischio di sprecare il budget già limitato per cercare di limare le imperfezioni quando si può mascherare tutto con qualche trucco? La tentazione è alta.

Unicanisai ne paga di certo le conseguenze. Sa di zucchero raffinato.

E i pezzi del gruppo, già rodati dal vivo, ne escono un po’ sfregiati.  

Eppure il team Venuti/Madonia ha in mano delle ottime carte. Sanno reggere il mazzo.

Canzoni scattanti, moderatamente nevrotiche, accattivanti e con testi leggermente ermetici come è prassi del periodo. Indicano senza mai mostrare. E va benissimo così. Anche se, pur senza ammissioni, sembrano in buona parte (Animale, Quanti occhi, Non siamo dei, Dimmi) manifestare una inadeguatezza, un disagio fisico nei rapporti con gli altri, una sorta di isolamento volontario o subìto che rispecchia la condizione di cui accennavo in apertura, una misoginia latente.

Unicanisai era un disco che scivolava nel pop. Intenzionalmente. Che poi dentro quel barattolo di miele ci fossimo finiti dentro un po’ tutti, annegando come mosche, era forse meno intenzionale. La danza sull’acqua, Io e le mie gambe, Ma cos’è che mi fa volare, Tenera età ma anche il tiro funk dei pezzi firmati da Luca Madonia erano dopotutto canzoni fin troppo educate per chi volesse ostentare un’aria da ribelle bifolco o da ultimo della classe, erano il riscatto della gentilezza e del buon gusto sulla idiosincrasica avversione alla musica dal volto garbato e dai modi discreti. Come se quel mazzo di cui dicevo fosse un mazzo truccato, i Denovo finivano per centrare una canasta da 15.000 punti.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro