THE VENTURES – Walk Don’t Run (Dolton)  

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Costruire un vocabolario senza usare neppure una lettera.

Un vocabolario che sarebbe diventata una vera e propria enciclopedia.

I Ventures iniziano a lavorare al loro progetto già alla fine degli anni Cinquanta, affidando il ruolo vacante di cantante alle loro chitarre. Lo fanno in America, a Tacoma, negli stessi giorni in cui in Inghilterra Hank Marvin con medesima intuizione dà vita agli Shadows e sebbene Link Wray e Duane Eddy abbiano già pubblicato i loro primi capolavori “muti”, è l’arrivo dei Ventures in America e degli Shadows in Europa a dare il via alla pandemia dei gruppi strumentali che faranno da collante fra il rock ‘n’ roll degli anni Cinquanta e la Beatlesmania del decennio successivo.

Il loro disco di debutto non ha ancora la “perfidia” che verrà fuori da molti dei loro tantissimi dischi successivi ma è un esempio formidabile di tecnica chitarristica in grado di esaltare i pochissimi ritrovati tecnici disponibili all’epoca, che sono soprattutto un ampio sfruttamento del riverbero e del vibrato, esaltati dall’uso di pickup a bobina singola e, dunque, delle tonalità più alte dello spettro audio.

Un piccolo microcosmo dove le chitarre si fanno carico di evocare e riprodurre quelle atmosfere che vengono suggerite dai titoli, incalzate da un rullante trafugato in chissà quale riserva indiana.

Poggi le orecchie sull’amplificatore e puoi sentirci lo sciabordio delle onde del mare, come fosse una conchiglia. O il tramestio del van di Elvis. Lo strofinio di mille corone di fiori hawaiane o il passo furtivo di un ladro.

Puoi sentirci il suono della prima grande rock ‘n’ roll band apparsa sul pianeta terra.      

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro