DEATH – …for the Whole World to See (Drag City)  

Entrare nella storia del rock dallo sfintere. Quando degli eccessi del rock ‘n’ roll non puoi piú godere, che hai già un calendario fitto di visite mediche e suoceri e bimbi da accudire. I Death entrarono proprio da lí, dal suo buco del culo. 

Nonostante le cronache riguardanti la rockstar sessualmente più superdotata di Detroit riportino inevitabilmente al nome di Iggy Pop, è facile immaginare che i fratelli Hackney non fossero da meno. Del resto è lecito supporre tutto e il contrario di tutto, essendo la loro band completamente cancellata dalla storia. Pagando pegno per il colore di pelle dei suoi componenti, per il rifiuto di cambiare nome, per chissà cos’altro. A riportare alla luce quanto fatto da loro dei primi anni Settanta, dopo che il loro amore per la musica funk era stato profanato dall’ascolto ripetuto di band come Alice Cooper Band, Grand Funk Railroad, MC5 e Stooges, è la Drag City, trentacinque anni dopo, riportando alla luce un disco cazzutissimo. Una band cazzutissima.

Il suono dei Death è asciutto, secco, disidratato. Un hard-rock minimale e dozzinale, strappato dalle sue radici prima che avesse il tempo di sbocciare. Prendete l’attacco di Keep on Knocking per sincerarvene: una provocazione ai Led Zeppelin che da quel medesimo giro partono per lo storico assolo che dovrebbe condurre al paradiso e che invece i Death piegano ad un ottuso giro proto-punk.

Musi da scimmia disobbedienti.

I Death suonano come una squadra d’assalto, consegnando definitivamente il regno black della Motown alle pattuglie del più bastardo rock metropolitano, destinandolo al massacro per mano di quello stesso Jim Vitti che aveva messo le mani sulle divise sporche di soul e di doo-wop dei Dramatics e dei Dells. Le intenzioni si fanno chiare man mano che piovono addosso pallottole come Rock-N-Roll Victim, Freakin Out, You’re a Prisoner e Politicians in My Eyes al cui interno scorrono già i Bad Brains, i Fear, gli Zeros, l’Henry Rollins, i fIREHOSE, gli Inside Out, i System of a Dawn, i Fishbone che verranno. Senza che nessuno lo sappia, forse neppure loro.    

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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