ACϟDC – The Electric Co.

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L’inizio si chiamava Marcus Hook Roll Band, una estemporanea formazione che vedeva il più George Young assieme ai due fratelli che lo avevano seguito dalla Scozia fin nella lontana Australia. Il grande sogno pop della sua band, gli Easybeats, si era frantumato senza riuscire a festeggiare degnamente quel sabato di cui la Friday on My Mind era preludio. Il ripiego sui fratelli Malcolm e Angus, cresciuti a pane e blues, era sembrata la soluzione migliore per accostare la sua scrittura, fortissimamente melodica, al nuovo blues elettrico che qualcuno chiamava già hard-rock.

Assieme avrebbero inciso un disco bellissimo ma di scarso successo.

Poi, le strade sarebbero rimaste unite ma sotto altro nome. George, frustrato dall’insuccesso della sua nuova band, decise che non ci avrebbe messo più la faccia. Ma quell’energia non andava sprecata in alcun modo.

Avrebbero infilato i fili dentro un trasformatore d’alta tensione e avrebbero incendiato tutta l’Australia. Tutto il mondo, se ce ne fosse stata occasione.

Gli ACϟDC di High Voltage avrebbero replicato in pratica la formula di quel disco riverberando l’eco di pezzi come Goodbye Jane, Red Revolution, Quick Reaction, Shot in the Head sul loro album di esordio. George dava una mano col basso e con la produzione, visto che assieme al fido compare Harry Vanda avevano messo su un affidabile team di produzione presso la locale Albert Productions. Dentro quegli studi prende forma High Voltage, l’ancora acerbo debutto degli ACϟDC. Per entrare avevano dovuto sfondare le porte con una versione super-amplificata di Baby Please Don’t Go. Poi, avevano scaraventato negli amplificatori i loro boogie elettrici e gommosi che non erano altro che una eterna e frastornante dedica di amore a donne con gli attributi, tenuta assieme da riff elementari figli diretti del blues di Chicago e del minimalismo rock ‘n roll di Chuck Berry, del quale Angus cerca di apprendere ogni movimento delle dita e dei piedi, finendo per farsi crescere le zampe da pennuto proprio come lui. Un disco in cui i grandi carnivori dell’hard-rock australiano mostrano ancora i loro denti da latte, prima di innescare i fili di quella cabina elettrica dentro un deposito di T.N.T., pronti a sconquassare il pianeta.    

 

Due acronimi esplosivi campeggiano sulla copertina del disco che, a pochi mesi dal debutto, definisce il canone espressivo degli ACϟDC. Un tripudio di rock ‘n’ roll basico ed essenziale, evocato già dai titoli delle canzoni, forgiando un lessico cui la band avrebbe dedicato una vastissima parte del proprio striminzito ma efficace vocabolario e che si concede l’unico vezzo di omaggiare la lontana patria scozzese nel bellissimo anthem che apre il disco sfoggiando il richiamo delle cornamuse. Sarebbero state divorate dal pubblico l’anno seguente. E Bon Scott non ne avrebbe più comprate delle altre. Peccato.

T.N.T. era trionfale comunque. Raccontava il sogno di un riscatto conquistato votandosi alla legge del rock ‘n roll, la nuova Legione Straniera per chi viveva ai margini del perbenismo e dell’ovvietà rassicurante di una vita mortalmente normale, quella di chi vive “dalle nove alle cinque”, la causa ribelle di chi si sente inadeguato per privilegio divino e rivendica il proprio diritto ad abbandonarsi alla liturgia del divertimento. Proprio come nelle feste da ballo degli anni ’50 e ’60. Una fede che gli ACϟDC non abbandoneranno mai, anche quando scenderanno velocemente lungo la pista per l’Inferno, sicuri di fare bagordi anche da quelle parti.  

 

In America e in Europa, nonostante un contratto di distribuzione internazionale siglato con la Atlantic, i loro dischi arrivano ancora solo d’importazione e Angus Young deve ancora varcare la porta dell’asilo, eppure con Dirty Deeds Done Dirt Cheap gli ACϟDC hanno già canonizzato il loro stile, lo stesso che li renderà delle star di primissima grandezza tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo e che ne farà degli eroi del metal senza in realtà averne mai abbracciato la fede e senza aver mai tradito quella essenziale ricetta fatta di tre accordi (come dite? Quattro? Okay, quattro), voce al vetriolo, volumi altissimi, assoli elementari ma senza sbavature, elevazione alla potenza enne di ogni prurito adolescenziale.

Zero virtuosismi, zero abbellimenti, zero omaggi a Poseidone o al Re dei Nibelunghi.

Una versione altrettanto volgare e proletaria del rock ‘n’ roll senza fronzoli e altrettanto pruriginosa dei Dr. Feelgood.

Jailbreak, Dirty Deeds Done Dirt Cheap, R.I.P., Ain’t No Fun, Problem Child, Squealer e il lascivo blues di Ride On sono già robaccia che può far morire d’invidia ogni band del pianeta. Sono già una lingua di bava che cola giù dalla bocca di ogni rocker. L’umore pelvico che bagna ogni paio di jeans.

 

Corrente alternata/Corrente diretta.

L’avvertimento è chiaro.

Sta ora a voi, poveri idioti, infilarci o meno le dita.

È il 1977, il punk impazza predicando un ritorno alla semplicità del rock ‘n roll.

Mettono i Who in mano ai Jam, i Monkees in mano ai Sex Pistols, Junior Murvin in mano ai Clash, gli MC5 in mano ai Damned, gli Stooges in mano ai Radio Birdman, i Flamin’ Groovies in mano ai Saints, i Velvet in mano ai Modern Lovers, i Beach Boys in mano ai Ramones, gli Stones in mano ai Devo, Al Green in mano ai Talking Heads e i Doors in mano a Patti Smith e proclamano il nuovo ordine costituito.

Nella confusione nessuno si ricorda di Chuck Berry.

È così che finisce per essere travolto dalle ruote del furgone della società elettrica di Sydney.

ACϟDC stà scritto sul portellone posteriore.

Società a conduzione familiare.

Rivolgersi fratelli Young.

Angus, il più giovane, è fresco di patente ed è alla guida del furgone.

Quando passa sul corpo di Chuck Berry spinge al massimo l’acceleratore.

Bon Scott, tredici anni più vecchio, siede alla sua destra.

Guarda la folla indignata. Sghignazza e fa le boccacce.

Malcolm Young, nascosto nel cassone, scatta le foto.

Quelle più riuscite sono quelle finite dentro Let There Be Rock.

Otto unghiate di quelle che strappano via la pelle.

Il riff al centro del mondo.

Hi-energy rock ‘n roll che per anni gli ignoranti chiameranno heavy metal.

E invece è il Big Bang:

Let there be sound, and there was sound

Let there be light, and there was light

Let there be drums, there was drums

Let there be guitar, there was guitar, ah

Let there be rock!!!

Un disco che mette in ginocchio tutti, come fossimo davanti l’altare.

Angus e Malcolm non sbagliano un riff.

Bon Scott recita i Vangeli, fino al capitolo finale di Whole Lotta Rosie.

L’Apocalisse secondo gli ACϟDC.

Zio Chuck è salvo. Noi pure.

Hallelujah.

 

Il rientro in patria dopo il tour di supporto ai Black Sabbath e le date americane vede una band a pezzi. E che perde pezzi. Mark Evans è stato cacciato e al nuovo acquisto Cliff Williams viene negato l’ingresso in Australia, costringendo gli ACϟDC ad annullare le partite da giocare in casa. Gli ACϟDC sono carichi di odio e di rabbia come forse mai prima. E George Young, il fratellone maggiore, sa benissimo che odio e rabbia sono due ingredienti esplosivi, se sei in una rock ‘n roll band. Come un abile ammaestratore di bulldog, George aizza il gruppo prima di ogni seduta di registrazione, mettendo loro in mano gli strumenti un momento prima che si azzannino. Powerage è un disco ostile e malvagio come nessun altro loro disco prima di quello. È il disco che contiene Riff Raff, che sono gli ACϟDC chiusi in una corsia di ospedale psichiatrico ma liberi di poter usare i loro strumenti, il loro cumulo di amplificatori. È il disco di Rock ‘n Roll Damnation, che sono le automobiline degli Easybeats e della Marcus Hook Roll Band costrette a schiantarsi su un muro di watt. È il disco dove calci, pugni, proiettili e pistole prendono il posto delle donne nelle loro vite da bulli, confessandone e legittimandone la permuta su quell’altra cosa fantastica che è What’s Next to the Moon.

Un disco dove il veleno esce copioso come da un bubbone infetto. E la tensione accumulata può finalmente scaricarsi sotto la forma di saette.   

 

Nel 1978 gli ACϟDC imboccano l’autostrada per l’Inferno. E la imboccano da soli, facendo scendere dal furgone Harry Vanda e George Young, ma anche Michael Klenfner, Michael Browning e Eddie Kramer. E forse sarà meglio così. Per tutti loro, intendo.

Il Diavolo ha dato loro il lasciapassare a due condizioni.

La prima è che la sua coda e le sue protuberanze frontali siano ben evidenti sulla copertina del disco.

La seconda sarà rivelata alla band solo “a consuntivo”, ovvero una volta che il successo garantito dalla loro stretta di mano verrà certificato dai dati di vendita di fine anno.

E infatti il 19 Febbraio del 1980, Lucifero chiede un incontro privato con Bon Scott, lo va a prendere sotto casa guidando un’auto malmessa che ha comprato sotto il falso nome di Alistair Kinnear: cognome scozzese e nome uguale a quello del suo devoto Crowley. Bon arriverà all’Inferno su una Renault 5 ammaccata e con la convergenza starata. Shot down in flames.  

Il conto è saldato, anche se Lucifero chiederà più avanti ancora qualche anima man mano che le certificazioni color oro e platino aumenteranno sulle pareti della living room dei fratelli Young, commissionando a un texano di nome Ricardo Ramirez il compito di riscossione dei tributi. Anche stavolta c’è una stretta di mano, proprio in fondo alla canzone che Ramirez ha scelto come colonna sonora ai suoi delitti. Una stretta di mano curiosa vista in un telefilm nuovo di zecca, con le dita della mano che si aprono in una forbice: Shazbut Na-Nu Na-Nu.

Mi chiamo Mork, su un uovo vengo da Ork.

E l’uovo, ovviamente, è il simbolo dell’anima.

Impara un po’, ora il saluto ti dò.

Ma prima di tutti quegli addii e di quelle strette di mano c’era stato, in piena estate del ’79, Highway to Hell. Un disco fumante di rock ‘n’ roll e che come il rock ‘n’ roll si poteva cantare. Il nuovo produttore era stato addestrato dalla Atlantic per fare delle canzoni degli ACϟDC delle canzoni da poter passare sulle radio americane. E la radio passava solo ciò che aveva un ritornello che poteva sfondare la modulazione di frequenza per penetrare il cervello. Ritornelli da poter cantare in auto a volume altissimo, contagiando le auto vicine, in una pandemia incontrollabile. E lungo l’autostrada per l’Inferno Robert Lange aveva quindi costruito degli enormi grattacieli di cori, controcanti, ritornelli.

All’America piaceva così.

E anche al resto del mondo.

Quelle canzoni avrebbero acceso i cuori di migliaia, milioni di fan ad ogni concerto. Avrebbero fatto preoccupare le mamme e irretito gli insegnanti.

Dieci canzoni che entrano in testa come membri turgidi dentro vagine ben lubrificate. E ne fanno la loro dimora.

Dieci dardi fiammeggianti, ad illuminare un’autostrada in discesa.  

                                                                                 

Il 13 Febbraio del 1981 sul palco dell’Australian Entartainment Centre di Perth una gigantesca campana da quindici quintali suona a morto.

Malcolm Young, Angus Young e Phil Rudd sono venuti per riportare a casa la salma di Bon Scott. Tutti insieme avevano imboccato l’autostrada per l’Inferno.

Ma l’unico ad aver trovato il casello d’uscita era stato Bon.

C’era andato di filato, all’Inferno, a soli 34 anni.

Ma il treno infernale del rock ‘n roll non poteva fermarsi, e non si fermò.

Gli ACϟDC avevano trovato un nuovo cantante, pure lui australiano d’adozione e con un’estensione vocale che non aveva niente da invidiare allo sfortunato predecessore e con lui avevano inciso il disco che annunciava l’arrivo di Bon Scott alla porta di Belzebù. Hell’s Bells, il pezzo che apriva l’album e gli spettacoli del tour al rintocco funebre di quella campana, segnava l’ingresso di Bon Scott nell’aldilà e quello degli ACϟDC nell’Olimpo del rock.

Back in Black, a dispetto della statura di Angus Young, ha la stazza di un classico.

Un cerchio da dodici pollici che è un ferro arroventato come quello per la marchiatura del bestiame.

L’apoteosi testosteronica del rock ‘n roll di Chuck Berry, un abbecedario illustrato del rifferama rock.

Una polluzione da sedia elettrica.

Un baccanale dionisiaco ad altissimo voltaggio.

Il trionfo dell’energia sporcacciona del rock ‘n roll da ripetenti che si trasforma in pochi  anni nel disco rock più venduto di tutti i tempi, contaminando 49 milioni di anime. In barba ai Pink Floyd saliti fin sulla luna e ai Beatles dietro il tamburo di Sgt. Pepper. Angus Young è l’axeman più impenitente del rock moderno, il collegiale fuori da ogni castigo che ha sottratto l’Excalibur dalle mani di Artù per farne un’arma di sterminio di massa e conquistare in questo modo il posto di primo della classe.

Da quel giorno il nome della sua band sarà la prima in cui incapperete ogni volta che sfoglierete una qualsiasi enciclopedia del rock.

La prima in cui dovreste incappare comunque.

Provate ad entrare dentro questi solchi e ad uscirne illesi.

E, se ci riuscite, cominciate seriamente a preoccuparvi.

 

It’s a Long Way to the Top.

Gli ACϟDC lo avevano già coscienziosamente dichiarato nel 1975.

E infatti per raggiungere la vetta delle classifiche devono attendere fino al 1981, spinti dalle palle di cannone di For Those About to Rock We Salute You. Che è anche il peggiore dei dischi incisi dalla band fino a quel momento, quello che volgarizza in dieci mosse il rock ‘n roll quadrato della band australiana e lo fa avanzare sullo scacchiere dell’hard rock arrivando a conquistare gran parte dei territori che si trovano sotto il dominio delle truppe metal. La voce di Brian Johnson è tirata allo spasimo e i riff sembrano adesso più compiaciuti che memorabili, gli assolo lanciati alla rincorsa di una spettacolarità che deve, giocoforza, sacrificare l’essenzialità blues dei primi anni.

Il gioco dell’ammiccamento sessuale assume adesso i contorni di una virilità ostentata e pacchiana, di una esaltazione erettile un po’ fine a se stessa.

Proprio come i vecchi gladiatori cui si sono ispirati, gli ACϟDC mostrano i muscoli davanti alla platea e ai rivali. Garantendo spettacolo e sangue.

E il pubblico applaude alla funesta promessa.

L’arena straripa di una moltitudine assetata di sangue come ai tempi dei Cesari.     

 

Chi si ostina per partito preso a dire tutto il male possibile su Flick of the Switch lo fa solo assecondando la logica un po’ idiota e un po’ in mala fede che un gruppo rock, per quanto buono e conservato “in luogo fresco e asciutto”, debba per forza di cose ammuffire dopo dieci anni.

Flick of the Switch, lavoro che guarda caso celebra i dieci anni della nascita della band, è il disco che gli ACϟDC vogliono realizzare senza condizionamenti esterni, autoproducendosi per la prima volta tutto da soli, eliminando dal piatto i sovrabbondanti contorni del disco precedente.

Ritenuto a torto un disco pallido al pari della copertina, è invece un disco di roccioso rock ‘n roll alla ACϟDC, con i classici giri di chitarra di Malcolm e l’innesto degli strozzati lick del fratello, la voce di Johnson sempre accesa e i cori a rendere tutto un po’ più epico. This House Is on Fire, Landslide, Nervous Shakedown, Bedlam in Belgium, Guns for Hire, Brain Shake sono i brani che tutti si aspettano da una band che macina riff elementari e trascinanti, il risultato già scontato di una squadra che scende in campo dribblando gli avversari con le sue due mosse, senza la pretesa di inventarsi numeri spettacolari che non sarebbe in grado di affrontare per più di un paio di minuti. La coppa è piena, la celebrazione può iniziare.

 

L’arrivo sulle scene di una sempre più agguerrita schiera di legionari assoldati sotto l’effige dell’hard-rock e dell’heavy metal e spinti dai canali televisivi impone agli ACϟDC di adeguarsi alla tendenza: Fly on the Wall è il primo lavoro della band ad uscire in formato sonoro e in versione VHS (un “sampler” video con delle riprese effettuate a New York nel Giugno del 1985). Una strategia che va di pari passo con la scelta di adeguare il passo della loro musica a quello dei rivali, imponendole un’erezione indotta che la band si sforza di mantenere per i quaranta minuti d’ordinanza. Brutalizzando un po’ se stessi, gli ACϟDC mettono mano ad un disco dove le idee stagnano, pur rivestite da un livello di watt che ha raggiunto livelli assordanti. Danger, Back in Business, Hell or High Water, Sink the Pink, Playing with Girls sono brani che, nonostante la sfrontatezza e pur fermandosi sulla soglia del pacchiano (ma Stand Up è ad un passo dal saltare la staccionata, NdLYS) restando nell’ovile hard-rock della band australiana, non aggiungono palle al cannone degli ACϟDC ma se il pubblico dei megaconcerti hard ‘n’ heavy degli anni Ottanta è lì per farsi scuoiare, i fratelli Young sanno ancora come fare lo scalpo, pur senza doversi umiliare a fare da attori in video promozionali da filmetti hollywoodiani di serie B.    

 

A trentatre anni, Angus Young continua a fare il ripetente del rock ‘n roll. In ogni senso. Assecondato dai Lucignolo che lo circondano.

Blow Up Your Video, undicesimo album messo in fila dagli ACϟDC, continua a rimaneggiare la formula a loro tanto cara urlando sguaiatamente quel poco che dimostra di avere da dire da almeno un quinquennio, toccando il fondo della produzione della band. La musica è ancora testosteronica e mascolina ma la carica sessuale del gruppo di Blow Up Your Video si riduce ad un simulato amplesso coniugale da sabato sera (ovvero non tanto quello tristissimo previsto “da contratto” ma, essendo venuto meno anche il rispetto dell’obbligo, quello soltanto raccontato con altisonanti e immodesti aggettivi agli amici durante la serata in pizzeria della sera successiva). Gli effetti pirotecnici che spuntano fuori di tanto in tanto su pezzi come Nick of Time o This Means War servono solo a rendere appariscente il racconto di una scopata che del prodigio del passato ha, appunto, solo l’artificio.

L’impressione è che i fratelli Young, dopo aver sfilato l’excalibur dalla roccia del rock ‘n roll non sappiano fare di meglio che brandirla in aria come una clava, terrorizzando gli astanti incalzati da una sezione ritmica mai così povera di idee e priva di anima, ma senza colpire davvero nessuno.

Bocciato anche quest’anno, signorino Young.  

 

Chissà se Malcolm Young negli ultimi anni della sua vita, quando il mostro cefalopode dell’alzheimer gli concedeva un attimo di tregua dai suoi tentacoli, si sarà ricordato di aver scritto una cosa come Thunderstruck, uno di quelli archetipi della canzone hard-rock per cui centinaia di band avrebbero venduto mamme e sorelle all’orco pur di poterne reclamare la paternità. Forse no. E questo è di una tristezza infinita. Thunderstruck è il pezzo che apre il dodicesimo album agli ACϟDC, The Razors Edge, la testa d’ariete che spalanca al gruppo australiano la porta degli anni Novanta.

Dentro c’è ad esempio una cosa come il pezzo che dà il titolo all’album, che è un facocèro con due manici di chitarra al posto delle zanne in grado di ravvivare l’erezione del gruppo dopo le prestazioni deludenti degli ultimi anni. Dentro, come in un safari, si può assistere ad uno dei migliori duelli tra i due mammiferi Young cui si possa aver la fortuna di presenziare.

Bello pure il riff quadrangolare di Fire Your Guns e il consueto bisticcio di chitarre tra due ragazzini che amano farsi i dispetti, come nella legge più elementare del rock ‘n roll.   

Are You Ready e Moneytalks dal canto loro, con i loro cori volgarmente accattivanti,  si avvicinano a quel bubblegum di band come gli Slade (curiosamente il batterista assoldato per il disco porta lo stesso cognome della band inglese, NdLYS). L’assalto delle chitarre è sempre feroce ma l’impressione è che si possa cantare anche col culo schiacciato su un cuscino di spine, mentre Angus continua a percorrere il palco col suo passo di forbice. Facendo le boccacce.  

    

Il rock ‘n roll basico degli ACϟDC è da sempre stato il “modello rock” per eccellenza per Mr. Rick Rubin. Ballbreaker dà al produttore l’occasione di mettere mano direttamente a quel modello, proprio mentre dietro i tamburi torna a sedere Phil Rudd, l’uomo-carburatore della band australiana.

Il motore degli ACϟDC gira però a vuoto per gran parte del viaggio. E un po’ ci si rompe le balle veramente, a risentire la band parodiare se stesso senza ingranare realmente nessun pezzo e focalizzando la sua attenzione sul coro da arena rock con cui accendere le curve dei prossimi stadi da riempire (Cover You in Oil, Love Bomb, Caught with Your Pants Down, Hail Caesar a questo sembrano ambire) o ronzare attorno a qualche riff ritrito (Boogie Man, Ballbreaker, The Honey Roll, Hard as a Rock) che sarebbe pure bello ascoltare non fosse che servano solo ad accendere il ricordo di come la febbre elettrica di dischi come Powerage o Let There Be Rock, realizzati con metà del budget e il doppio di testosterone, sia ben altra cosa.     

 

Come era già successo nella pausa fra Ballbreaker e The Razors Edge agli ACϟDC necessitano altri cinque anni per dare un seguito discografico al precedente lavoro in studio, col risultato che quando Stiff Upper Lip arriva nei negozi, la band australiana si trova proiettata già nel nuovo decennio.

Addirittura in un secolo tutto nuovo, tanto da ribadire col rinsaldato legame con George Young e il ricompattamento della line-up storica come la loro musica sia una vera macchina del tempo in grado di penetrare il muro del tempo con la stessa forza della palla demolitrice portata in giro sul palco per il tour di Ballbreaker.  

Gli ingredienti, la band se li è portati appresso tutti, andando pure a recuperare quella matrice blues che ci accoglie in apertura come fece Captain Beefheart all’esordio della sua Magic Band.  

E così dentro Hold Me Back, Stiff Upper Lip, House of Jazz, Safe in New York City, Damned, Satellite Blues, Give It Up, Come and Get It è facile riconoscere loro e riconoscerci noi stessi che nel frattempo siamo invecchiati assieme a loro e che pure non vogliamo ammetterlo. Gli ACϟDC tornano a celebrare se stessi nella loro versione più semplice ed ergonomica. Non chiedono ad altri di fare il loro lavoro. Voi non chiedete loro di fare quello di qualcun altro.  

 

Non so se sia una buona idea realizzare un disco doppio. Non so se ha un senso farlo se ti chiami ACϟDC e se hai quel nome appiccicato addosso da quasi mezzo secolo. Eppure, nel 2008 gli ACϟDC realizzano un album doppio, che tuttavia sta comodo sull’ormai classico supporto in cd.

Del resto il vuoto da colmare è ormai di ben otto anni. Ad inizio carriera e nel medesimo tempo avevano realizzato otto album uno più bello dell’altro (magari li contiamo in ordine inverso però, NdLYS). Black Ice invece non è ne’ bello ne’, va da se, fondamentale.

Quei tempi sono però definitivamente tramontati. Le idee, seppur trascinate per un tempo mai così lungo, latitano. L’unica ragione che ci spinge ad ascoltare riff riciclati e uno standard sempre meno lucido (eccezion fatta per il sudore che scorre sempre copioso quando la band è sul palco) è poco più che una questione di nostalgia e di rispetto. Perché alla fine, pur con qualche piccolo deragliamento, gli ACϟDC sono sempre stati fedeli a se stessi e al loro pubblico, a quel Rock N Roll Dream di cui cantano in una  insolita ballata quasi alla fine del disco. Che è una ballata. A carriera ormai al lumicino. E fa un po’ triste. Però chi è davvero triste finché gli ACϟDC calcheranno un palcoscenico?

 

Gli ACϟDC hanno usato la parola rock ‘n’ roll infinite volte. In centinaia di declinazioni diverse ma dicendo fondamentalmente la stessa cosa: che la missione portata avanti con determinazione, nel bene e nel male non è stata mai tradita (tanto che la critica più ottusa parlerà sempre, costantemente, a sproposito di “ritorno alle radici” senza che in realtà le avessero mai abbandonate, NdLYS). Anche su Rock or Bust la parola viene usata a iosa: Rock the Blues Away, GotSome Rock & Roll Thunder, Rock or Bust e Rock the House la esibiscono già nel titolo.

Le hanno scritte assieme, i due fratelli Young. Ma a registrarle sarà solo il più giovane dei due, con il nipote Steve Young. Anche lui, ormai fa Young solo di cognome. Gli ACϟDC, in assoluto, una delle band più vecchie ancora in circolazione. Una band che, come Marty McFly mentre suona Earth Angel al ballo della scuola, si sta lentamente e inesorabilmente cancellando, proprio come la memoria di Malcolm Young. Cui toccherà in sorte di dimenticare di aver innalzato grandissimi ed indistruttibili monumenti al rock ‘n roll. A noi basterà dimenticare queste ultime canzoni. E ciò nonostante continueremo ad amare le menti che le hanno pensate e le mani che le hanno forgiate. Finché ci sarà corrente elettrica.  

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

Photo of AC/DC

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