PETER GABRIEL – So (Charisma)

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Peter Gabriel fu l’uomo-alieno dalle antenne invisibili.

L’uomo-alieno in grado di percepire, nel pieno della corrente prog, che quei mondi fatati di cui anche i suoi Genesis cantarono, erano destinati ad essere spazzati via da un’onda violentissima che era lì lì per abbattersi sull’Inghilterra, seppellendo quei paesaggi immaginifici per un tempo abbastanza lungo per potersene prima dimenticare e poi, sentirne la nostalgia. Gabriel a quel punto si era reinventato uomo, addirittura uomo-scimmia. Masticando bacche che erano già intinte nei succhi della new-wave, l’onda anomala che la profezia aveva annunciato. I suoi primi quattro dischi erano nati così, figli dell’uomo-reinventato.

So arriva a metà degli anni Ottanta.

Arriva in un periodo fondamentale, ovvero quando i grandi reduci si stanno reimponendo al pubblico mainstream grazie al supporto dei video musicali che garantiscono visibilità e penetrano nei salotti: è il momento in cui Sting, i Queen, i Simple Minds, David Bowie, addirittura Iggy Pop escono fuori dalla tv e ballano assieme agli impiegati durante il loro riposo infrasettimanale. Una sorte cui non si sottrae neppure Peter Gabriel, forte di un video colossale (sarà il detentore del record come la clip più trasmessa su MTV per qualche anno) come quello che accompagna Sledgehammer, sorta di soul tecnologico pensato per l’uomo ingordo ed ipermoderno di quel decennio, dove i fiati e il basso astronomico di Tony Levin (ah, dimenticavo, il successo di massa riguarda solo chi tiene il microfono in mano e ci mostra la faccia dallo schermo tv, il resto rimane roba di culto, NdLYS) si gonfiano come le tette che i chirurghi estetici negli anni Ottanta realizzano con frequenza e precisione crescenti.

Come fosse la trionfale overture dell’Aida, So viene spinto verso un successo popolare inimmaginabile, aiutato anche dal fatto che per la prima volta sfoggia una copertina da classica discoteca borghese. Peter Gabriel e il pubblico si vengono incontro reciprocamente, inchinandosi l’un l’altro fin quasi a cozzare le teste.

Gabriel capisce, da ex-alieno con le antenne, che il momento di sperimentare è terminato (magari relegando la ricerca alla parallela discografia di colonne sonore) e che è arrivato il momento di “ingrandire”. So è il Gabriel dalle vetrine ampissime e stipate di tanti ninnoli e suppellettili quanto l’occhio del passante non riesce neppure a cogliere. Lampadari sfavillanti accanto ad esotico piattellame terzomondista messi in mostra da chi della volpe ha appeso al chiodo il costume ma non la furbizia, per un campionario che soddisfa i palati più raffinati (Mercy Street, immensa distesa di sabbia dove mettere a riposare la carovana nomade oppure la ballata per geishe occidentalizzate di This Is the Picture) e quelli più kitsch (Big Time, con tutti gli sbrilluccichìi tipici del funky anni Ottanta), gli spiriti romantici (il duetto svenevole di Don’t Give Up) e quelli più avventurosi (We Do What We’re Told, sorta di declivio che trasporta il Bowie berlinese fin dentro il porto di Bristol, NdLYS), abominevole plastica del mondo al di qua della Cortina e riciclati tessuti provenienti da tutti i mondi in coda al Primo.     

Dietro il bancone si aggira un team colossale: Nile Rodgers, Kate Bush, Stewart Copeland, Laurie Anderson, Bill Laswell, Mark Rivera, Wayne Jackson, P.P. Arnold, Yossou N’Dour, Daniel Lanois, Shankar, Tony Levin, Jerry Marotta.

Come sedersi in cima al mondo a guardare le scie delle comete.

Gabriel si alza con volo di arcangelo, sapendo che domani nulla sarà come prima.    

                       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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