PAUL SIMON – The Rhythm of the Saints (Warner Bros.)  

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È molto probabile un giorno verrà stilata la lista canonica delle meraviglie musicali del mondo moderno così come venne fatto con le sette meraviglie architettoniche del mondo antico.

In realtà ci hanno già provato in tanti, a fare listoni di 50, 100, 500, 1000 dischi più o meno “fondamentali”. Ma nessuno, per paura di autosoffocarsi, si è ancora preso la responsabilità di stringere il nodo a pochi, pochissimi dischi il cui ricordo andrebbe preservato per le civiltà future.

Magari un giorno me ne prenderò io la briga. Che tanto non ho nulla da perdere ne’ case discografiche da assecondare. 

E, qualora avvenisse, dovrei per forza metterci dentro un disco di Paul Simon. Probabilmente proprio questo capolavoro di vitalità musicale impressionante dove tutto il sud del mondo si muove in un abbraccio globale, spinto soltanto dalla medesima, universale forza centrifuga.  

Tamburi su tamburi, da The Obvious Child in cui c’è già tutto L’ombelico del mondo e metà dei dischi dei Mau Mau fino alla conclusiva title-track (dove dei dischi dei Mau Mau c’è l’altra metà: Bàss Paradis e Dea per esempio, NdLYS) passando per le talking drum di Can’t Run But, le conga di Further to Fly, le campane da bue di She Moves On con cui Simon caccia l’ex-principessa Leila nell’inferno in cui lo aveva trascinato, la marimba ad acqua di Spirit Voices una pioggia battente di tamburi e percussioni. Un mondo subacqueo che Paul Simon ha già esplorato su Graceland e che adesso continua ad investigare con l’ostinazione curiosa dei bambini, spostando lo sguardo anche al Brasile. Che è festoso si, ma in una maniera diversa da quella sperimentata ad esempio da David Byrne. Il viaggio di Paul Simon ha un tono più stemperato e discreto anche rispetto al suo stesso viaggio africano di prima. Canzoni come The Cool, Cool River e The Coast sono compite e confidenziali, pulite e fluide, quasi filigranate di trasparente e adamantina bellezza.

Un disco-meraviglia, appunto.

Certo, se solo non ci fosse stato quel Graceland di qualche anno prima…

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SOUND REASONS – Walk with My Shadow (Groovie)  

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Eccolo finalmente il capitolo successivo al bel 7” di esordio di quasi cinque anni fa.

Walk with My Shadow è dunque un nuovo debutto, stavolta su grande formato, per la band di Los Angeles che cita fra le proprie influenze minuscole band come Monocles, Ugly Ducklings e Haunted. Influenze per nulla rinnegate dalle dieci crepitanti canzoni di questo album d’esordio, forse la miglior produzione Groovie da molti mesi a questa parte. Un suono dove convergono gli Unclaimed (Every Path I Take è una roba “Ganza” come non ne sentivo da decenni, NdLYS), il folk-rock obliquo delle formazioni del New England, l’acceso beat che periodicamente torna ad imbrattarci il cuore di fuzz (Make Me Pay e  Scream-Shout), fantasticherie retrò come Oldsmobile o Slow Down e un accenno di psichedelia a chiudere il cerchio sulla conclusiva Window Payne.

Un disco bellissimo, da sbattere in faccia a chi pensa che non si possa più dire nulla con in mano una chitarra, un basso e una batteria rubate dal retrobottega di un negozio di antiquario.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro