BEECHWOOD – Inside the Flesh Hotel (Alive Naturalsound)  

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Torna a pochissimi mesi dal secondo album la più britannica fra le band retro-rock newyorkesi. A dispetto del look d’epoca CBGB’s i Beechwood conciliano infatti il wall of sound di Phil Spector con il morbido glam di Marc Bolan, le nebbie shoegaze di Teenage Fanclub e Jesus and Mary Chain o i motori fumanti e detroitiani degli Hypnotics. Fatevi una passeggiata tra Boy Before, Bigot in My Bedroom e la strumentale (ma inutile) Nero per capire quanto. Una figura, quella di Spector, che era già stata rivalutata da formazioni storiche dell’underground newyorkese (New York Dolls e Ramones) e che aveva conquistato in toto i Beatles, altra influenza che emerge prepotente tra i ninnoli Mersey-sound di Up and Down ma anche nell’approccio vocale che Gordon Lawrence riserva a The Ram.

Il suono di Into the Flesh Hotel è come avvolto dentro una densissima coltre di polveri sottili. Come se mentre migliaia di persone fuggono tra le polveri delle Twin Towers, da quei due castelli sbriciolanti arrivi l’eco di Sonic Flower Groove dei Primal Scream che qualcuno non ha fatto in tempo a togliere dal piatto. Un’immagine brutta e fuori luogo?

Sono d’accordo con voi.

Allora provate ad immaginare le Crystals sotto i cieli brumosi dell’Aprile dei fratelli Reid. Di nero vestite. Con le acconciature scarmigliate dal vento, schiacciate dall’umidità, leggermente denudate come le Dum Dum Girls.   

Un suono profondamente olfattivo, quello dei Beechwood. Floreale, addirittura in pezzi come Amy, Sucker, Our Love Was Worth the Heartbreak, che fa un po’ a pugni con quell’immagine da ragazzi di strada di cui la band fa mostra nelle sue foto promozionali. Totalmente innocuo, a dirla tutta. Un po’ come quello dei Vaccines o dei Male Bonding.

La rivoluzione non passa da quest’albergo. Potete prenotarci un paio di notti.        

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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