LONDON UNDERGROUND – Four (Musea)  

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I London Underground sono da sempre il progetto dell’Hammondista Gianluca Gerlini. Da quando Daniele Caputo si è fatto da parte lo sono ancora di più. Perché, una volta diventata in toto una band strumentale per il Gerlini le distanze da coprire con il suo attrezzo da lavoro sono diventate immense. Purtroppo lo sono diventati anche i tempi di gestazione, tanto che questo quarto album arriva a nove anni dal precedente.

Four è dunque il trionfo del suono-Hammond, cui la sezione ritmica (torna in formazione Stefano Gabbani, l’altro ex-Standarte già presente nelle session del bellissimo Through a Glass Darkly) presta il suo ottimo contributo senza concedersi spazi artistici individuali, anche se sono i momenti in cui i dialoghi con gli altri strumenti si fanno più serrati (Three Men Job o What I Say, per esempio) che l’opera acquista un dinamismo .

Dunque se siete fedeli e devoti al Dio-Hammond e delle tastiere vintage (c’è anche molto Fender Rhodes dentro le dieci tracce del terzetto italiano) il ritorno dei London Underground sarà una di quelle robe che consoliderà la vostra fede.

Superfluo dire che questa musica non è destinata invece a scalfire chi è alla rincorsa frenetica dell’ultima sensazione in fatto di suoni e tendenze musicali. La band è protetta da una bolla temporale di chiara impronta seventies, ovvero quel periodo storico in cui l’audacia del prog bianco era pari a quella della scena jazz contemporanea e che è condivisa soprattutto da chi ha anagraficamente la stessa età dei musicisti coinvolti. In questi campi i London Underground hanno davvero pochissimo da dover dimostrare, per le indubbie capacità tecniche (indispensabili, per il target prefissato) e per la perizia con cui riescono a replicare le alchimie e gli esperimenti da laboratorio fusion di quegli anni avvalorata dalle esecuzioni impeccabili delle cover d’ordinanza (dai Marc 4 ai Trinity).

Se amate le pop-song da canticchiare mentre scongelate le buste dei surgelati o i bit elettronici della trap, vi verranno le verruche. E non sarebbe male, come punizione.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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