MANFRED MANN – The Five Faces of Manfred Mann / Mann Made / Mann Made Hits / Soul of Mann (Umbrella Music)

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Mentre mi appresto a scrivere di queste ennesime reissues dedicate al materiale dei Manfred Mann mi chiedo a chi possa interessare, oggi, mettersi in casa delle ristampe del gruppo inglese ormai relegato da tempo immemore fra quelli che io chiamo gli “artisti da autogrill” ovvero quei gruppi che la storia ha, spesso in maniera ingrata, costretto ai margini della storia e la cui vicenda artistica è spesso confinata in discutibili raccolte (sovente di materiale ri-registrato in studio) economiche vendute nelle ceste delle stazioni di servizio o di qualche edicola. Yardbirds, Animals, Hollies, Spencer Davis Group, Them li trovate spesso lì dentro, assieme a Louis Armstrong o i Dik Dik. I Manfred Mann, sempre. Andate pure a controllare.

I Manfred Mann dei primi anni, sorta di incrocio fra il soul-blues guidato dall’organo degli Animals e Spencer Davis Group e il sobrio jazz da beat club di Georgie Fame, hanno ancora un loro pubblico? Ne dubito. La musica del quintetto guidato dal tastierista Manfred Mann ha un garbo che mal si sposa ai tempi moderni e anche con quelli antichi non è che ci andasse giù duro o si arrampicasse su chissà quali specchi sensazionalistici. L’urgenza pre-punk di altre band della British Invasion (penso a Who, Troggs, Kinks, Stones o alle cattive vibrazioni degli Yardbirds) è per esempio del tutto assente dalle produzioni e dalle pose della formazione della capitale inglese. Si fa avanti, piuttosto, un approccio da giovani intellettuali eruditi alla musica black (le cover degli standard del primo album) contrapposto o ab binato al tentativo di assaltare le classifiche con pezzi dalla cantabilità sfacciata (quelli raccolti su Mann Made Hits: da Pretty Flamingo a 5.4.3.2.1., da Come Tomorrow a Do Wah Diddy Diddy, da Sha La La a If You Gotta Go, Go Now). La musica non si prende nessun rischio e non esprime nessuna ferocia. Ecco perché forse ai primi due dischi del lotto è preferibile la restante metà, ovvero Mann Made (che scegliendo un repertorio meno compromesso col blues cattivo appare nettamente più onesto nel mettere in mostra il loro approccio più disimpegnato) ed il Soul of Mann approntato dalla HMV mentre il gruppo si sta ricompattando nella nuova line-up e sta passando ad altra casa discografica e che vede il gruppo impegnato in una piacevolissima sequenza di strumentali a metà strada fra Bacharach ed il jazz. La totale assenza di bonus su questa tornata di ristampe rende però il tutto ancor meno appetibile di quanto sia già di per sé il nome dei Manfred Mann per orecchie vecchie e nuove.             

   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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HARLAN T. BOBO – A History of Violence (Beast)  

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Ne era passato di tempo! Otto anni circa, dal suo terzo album.

Un tempo lunghissimo durante il quale il tristo mietitore ha razziato sulla prateria del rock portandosi via un numero impressionante di artisti. Onestamente, pensavo fosse stato poco clemente pure con lui. Invece ho scoperto che in questa lunga assenza il musicista americano ormai naturalizzato francese ha dedicato gran parte del suo tempo al figlio e a cercare di riattaccare un matrimonio che è invece andato in frantumi come il vetro del ritratto usato per la copertina di A History of Violence, dedicandosi alla musica solo saltuariamente (ad esempio incidendo un disco di demente glam alla Dandy Warhols a nome The Fuzz col fratello Hector). Il nuovo disco viene concepito a Perpignan, dove Harlan vive ormai da quattro anni, ma realizzato a Memphis grazie al crowfunding lanciato in rete per sovvenzionare gli spostamenti e l’affitto degli studi. Il suono è meno ricco rispetto ai dischi precedenti. Armonica, violoncello, pianoforti e organi sono stati aboliti quasi del tutto (anche se quando affiorano, come nella Ghost che è un autentico bagno nel Nick Cave di The Boatman’s Call, è un gran bel sentire) in favore di un semplicistico suono basato sulle chitarre. Rimane invece il tono da confessionale tipico delle sue produzioni, quella cadenza malandata e dolente che da Lou Reed arriva fino a Mark Lanegan. Ma c’è anche una bella rabbia che si fa strada su pezzi come Paula o Spiders, corse a perdifiato tra le rovine del cow-punk che fu. Una strada che Harlan farebbe bene a percorrere più di frequente. Che delle lagne ormai ci siam rotti le palle un po’ tutti.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

WOOD CHICKENS – Countrycide (Big Neck)  

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Se per voi Wisconsin è sinonimo di Violent Femmes e pensate che, nonostante le meraviglie dei primi due album, la cosa migliore che il terzetto di Milwaukee abbia registrato siano quei trenta secondi di Old Mother Reagan che aprivano il terzo, i Wood Chickens sono la band che fa per voi.

Analogamente se negli anni Ottanta avete avuto il vostro breve e folle amore per i Meat Puppets, Dead Milkmen e di quello svitato di Mojo Nixon in coppia con Skid Roper o Jello Biafra.

Un disco che è una figata country-punk di quelle suonate con in mente non le ballate da hobo man di Hank Williams ma piuttosto le chitarre surf di Dick Dale, le scorribande dei Raunch Hands, il campo di mele marce del Legendary Stardust Cowboy, la febbre alcolica dei Lazy Cowgirls, i deliri fantasy degli Shadowy Men on a Shadowy Planet, lo sguaiato hardcore da spiaggia californiana dei Dead Kennedys.

Tutto approssimato verso l’eccesso. Come Donald Duck sotto anfetamina.  

Strepitosi Wood Chickens.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

LOW – Double Negative (Sub Pop)  

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Double Negative è la musica di una razza senza più terre da conquistare, senza più cibo sano da ingerire, senza acque pure da bere. Destinata probabilmente al cannibalismo per sottrarsi all’estinzione. O ad una mutazione genetica che possa adattare l’uomo a condizioni di vita che finora immaginiamo inumane, probabilmente affidando alle macchine e alla scienza la nostra sopravvivenza.  

Una razza destinata a polverizzarsi dopo aver sgretolato ogni millimetro del suo pianeta.

Un immaginario apocalittico che non è distante dalla realtà e che in qualche modo risuona qui dentro, in un ticchettio nebuloso ed opprimente.

Double Negative è il suono di quelle macchine che tentano di tenere in vita l’uomo, inceppandosi spesso anch’esse, come se stessero caricando un peso eccessivo perfino per la loro vita senza anima, per i loro muscoli bionici. Trascinandosi a fatica, come un enorme tapis-roulant che debba trasportare otto miliardi di persone su un altro pianeta. Sono musiche che non consolano, le nuove dei Low. Hanno dentro un senso di grevità abnorme, smisurata, paradossale. Non accennano a nessun gesto di ottimismo, di speranza. Suonano come dei congelatori installati a casa di Belzebù, oppressi dall’umiliante incarico di dover raffreddare quel che per sua natura non può conoscere la rinfrescante carezza del freddo.

E poi ci sono canti come preghiere. Inascoltate.

Per questo più simili al pianto. Versato dentro dei bicchieri di cristallo. Come per una eucarestia. L’ultima, prima del grande viaggio.                                        

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DETONAZIONE – Anime in fiamme (Again)  

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Il comunicato stampa parla di un ritorno dei Detonazione. Ma in realtà non lo è.

I Detonazione non ritornano semplicemente perché non sono mai andati via dal cuore di chi trovò rifugio nell’esigua ma intensa produzione del gruppo friulano. Che non credo fossero tantissimi. Ma mi piacerebbe sbagliarmi.

Sul cadavere dei Detonazione la Fonoarte, di cui la Again rappresenta una delle filiazioni, ha già infilato il becco un paio di volte. Torna a farlo adesso strappando via dalle viscere quello che era sfuggito a quelle autopsie sommarie e raccogliendole in un nuovo cd il cui titolo apparenta i Detonazione a Bukowski. E ci sta tutto, che davvero sembra di vederli prendere fuoco, qui dentro.

Anime in fiamme raccoglie 19 tracce registrate dal vivo nel triennio ‘83/’85, raccolte all’epoca dal primo tastierista della formazione Giorgio Cantoni (oggi quotato produttore di video e documentari giornalistici). Il disordine organizzato dei Detonazione esplode tra versi di Rimbaud, percussioni tribali, intricati meccano new-wave e granate jazz che assumono talora proporzioni gigantesche ed inquietanti, creature che si muovono con voci angeliche nonostante il corpo devastato da tumescenze ed enfiagioni come nelle inedite Leverkusen e Naima.   

Quasi più vicini allo sgomento degli Area che a tanta paccottiglia new-wave a loro contemporanea, i Detonazione. Destinati a rivalutazione tardiva, come testimonia questo ennesimo pasto nudo.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

NIXON NOW – Altamont Nation Express (Elektrohasch)    

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Vista la copertina?

Bene. Dentro c’è quel che pensate.

Stelle e strisce. Pelle. Carne.

Gli anni Sessanta non più vergini.

Quelli di Stooges e degli MC5. Di Altamont.

Distorsori e wah wah che fanno a brandelli il rock ‘n’ roll dopo averlo stordito.

Un disco bellissimo, questo secondo dei tedeschi Nixon Now.

Pensato come un enorme coito, un bukkake di watt, come se i giorni del Grande Ballroom non fossero mai passati.  

Dentro l’essenzialità brutale di canzoni come Revolver, Burning Down the Neighborhood, Shake, Madman si consuma l’ennesimo sogno che permette al rock ‘n’ roll di sopravvivere a se stesso rileggendo eternamente le sue regole base. Rialzandosi sempre e comunque, come un Lazzaro di cui nessuno si prenderà la briga di perorare la causa.

Infliggendo dolore e piacere in parti uguali. Finché la libido ne chiede.

Vendicando e rivendicando se stesso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TABLE SCRAPS – More Time for Strangers (Zen Ten)  

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La Zen Ten è una nuova etichetta inglese, inaugurata il Primo Novembre del 2017 e che sta passando al setaccio la Gran Bretagna in cerca di nuove band. Il roster attuale comprende formazioni come Galants, MVPS, Isabelles, Locks, Black Tambourines, Moriaty e i Table Scraps di Birmingham dei quali pubblicano il nuovo album certificando al contempo la pubblicazione nazionale del loro debutto del 2015, prontamente ristampato.

Realizzato ancora con la formazione a due (l’aggiunta del bassista è roba dello scorso anno), More Time for Strangers suona come se un sedicenne Jason Pierce provasse a suonare Raw Power degli Stooges assieme ad un amico batterista nella cantina dei nonni. Canzoni come Electricity, Bug, Sinking Ship, Motorcycle (Straigh to Hell) hanno quello stesso tiro marcio ed infetto della chitarra di James Williamson. Annegata in una distorsione maniacale di chiara matrice inglese e in un senso di totale perdizione ed abbandono giovanile.

Quando il passo di fa meno opprimente, come in (I’m Not) Interested in You, Foot of Our Stairs o Vampyres Bite, ecco affacciarsi le chiappe nude da gita del quinto delle garage band di etichette come In the Red o Voodoo Rhythm. Se solo non fosse improbabile che band come se Deadly Snakes o Destination Lonely siano mai andate a scuola.       

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE ZANTEES – Out for Kicks (Bomp!)  

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Il 4 Luglio del 1976 Miriam Linna arriva da Cleveland a New York dopo un breve soggiorno a Londra. Gira nei club dove suonano le minuscole band di cui legge su Bomp! finchè non si imbatte nella coppia più bella che abbia mai visto. Si chiamano Erick Lee Purkhiser e Kristy Marlana Wallace e stanno cercando qualcuno per sostituire la batterista della loro disastrosa band di rockabilly: Miriam prenderà il posto di Pam Balam dietro i tamburi dei Cramps dal Settembre di quell’anno fino a quello successivo.

L’incontro con quello che diventerà l’uomo della sua vita avviene proprio in quel periodo: lei è una fanatica di riviste e dischi rock ‘n’ roll. Lui, pure. Lei cerca una copia di You Must Be a Witch. Lui ce l’ha. Gliela vende o forse, chissà, gliela regala. Ma da quel momento Miriam e Billy Miller diventano un corpo e un’anima. Ascoltano, suonano, vendono, scrivono, stampano un sacco di roba. Fonderanno un negozio di dischi e un mailorder strepitosi, allestiranno la più grande concorrente della rivista Bomp! di Greg Shaw e metteranno in piedi delle band scalcagnate, prima fra tutte gli Zantees, un quintetto che suona come i Cramps che pensano di suonare come i Blasters. Riuscite ad immaginare?

Gli Zantees nascono in quell’ultimo spicchio d’estate del ’77, come band improvvisata per aprire una data dei Fleshtones. A metterseli in casa per tirarci fuori un disco ci pensa proprio Greg Shaw che alla Linna aveva già affidato la direzione del Flamin’ Groovies Monthly. Il risultato viene pubblicato nel 1980, quando la band ha affinato le sue capacità tecniche passando dal livello base al livello “base. Ma a tempo”. Alle chitarre vengono reclutati i fratelli Statile mentre il ruolo di bassista viene coperto part-time da Rob Norris, l’ultimo chitarrista dei Velvet Underground. Al piano, anche lui part-time, Peter Holsapple dei Db’s.

Gli Zantees non vestono ridicole divise da rockabilly, non hanno ciuffi impomatati ne’ scarpe di vernice. Sono, semplicemente, lo spirito del rock ‘n roll più autentico, quello dei rockers di serie B mai finiti in tv e del cui anno di naja nessuno ha mai documentato un solo giorno. Gente come Jimmy Carroll o Bill Allen o Leon Payne. Le cui canzoni finiscono qui dentro, in un rockabilly malmesso che non è stato imbalsamato con la brillantina ma che continua a friggere come i primi amplificatori per chitarra e le mutandine delle teenagers degli anni Cinquanta.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

PLAN 9 – Dealing with the Dead (Midnight)

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I Plan 9 furono tra le primissime revival-band ad abiurare da una “comoda” carriera costruita sulle cover di oscuri pezzi degli anni Sessanta per elaborare, da quelle basi, una personalissima, concettuale visione psichedelica.

Ne avrebbero pagato pegno per tutta la loro storia, finiti tra gli “incatalogabili” e, quindi, tra i poco desiderabili. Un po’ la stessa sorte sarebbe toccata, sull’altro lato dell’oceano ai Vietnam Veterans, finiti anche loro fuori da ogni scena fino a piombare nell’oblio. Dealing with the Dead fu il disco che segnò questo passaggio dopo il “canonico” esordio su Voxx e l’omonimo album per la New Rose. Il repertorio passava tutto nelle mani di Eric Stumpo, Evan Williams, John DeVault, Deborah DeMarco, con unica eccezione per la Keep on Pushin’ degli Human Beinz sistemata sul fondo del cassetto. È un salto stilistico cui non corrisponde ancora il grosso balzo in avanti a livello artistico (quello arriverà un paio d’anni più tardi con Keep Your Cool and Read the Rules) ma vede già la band assestarsi nello schieramento a quattro chitarre che ne farà l’attrazione del circuito guitar-rock dei mid-Eighties.

Il disco viene pubblicato in 50.000 copie dalla Midnight, con copertina fluorescente e un inserto comico a fumetti curato dal grande R.K. Sloane (cercate i suoi lavori su Pinterest o sul sito in sua memoria http://www.rksloane.com, non ve ne pentirete, NdLYS) e mostra una band dal suono ibrido, con radici nella musica di una band poco “allineata” come gli Spirit così come a quel sound un po’ oppiaceo dei Seeds e di certi Electric Prunes, influenze che covano sotto la pelle di Eric Stumpo, veterano degli anni Sessanta e collezionista di vecchi reperti d’epoca, ma che il chitarrista di Rhode Island filtra attraverso un approccio sempre più svincolato dalle norme e dai precetti di genere, anche quando la soglia si abbassa a un garage punk più canonico, come succede su I’m Gone e Can’t Have You. Canzoni come I Like Girls, B-3-11, Dealing with the Dead o Step Out of Time vengono di contro infilate dentro tunnel chitarristici mentre pezzi come White Women e Beg for Live, condotte dall’organo Vox di Deborah, anticipano di tre lustri buoni lo stile che caratterizzerà le produzioni di Lorenzo Woodrose.

Uno che del suo amore per i Plan 9 non ha mai fatto mistero.

Voi si?

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

SERGIO AZZARELLO – Non nasconderti (Edizioni Il Vento Antico)  

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Non nasconderti, il pezzo, è in realtà uno dei meglio nascosti della discografia dei Denovo. L’unico nella storia del gruppo etneo a portare la firma di Toni Carbone, incluso solo nella versione CD del loro terzo album.  

È il titolo scelto da Sergio Azzarello per il libro che si propone di “vendicare” quella che, ne va dato atto, fu una delle occasioni mancate del pop sofisticato prodotto in Italia un trentennio fa. Arrivati a scalare diversi gradini di quella scala per il successo poi raggiunto da vecchi compagni di strada come i Litfiba e inciampati quando la luna sembrava essere lì ad un tocco.

Sebbene lo faccia spesso in maniera azzardata (i paragoni con i Beatles si sprecano) e donchisciottesca, l’autore si prodiga ad una disanima di tutto lo scibile prodotto dai Denovo analizzandone oltre che la cronistoria di ogni esibizione, anche l’origine e la struttura di ogni singolo brano, spesso affidandosi alle memorie appannate e divergenti degli stessi autori. Un diario di bordo scritto miscelando testimonianze dirette e racconti di chi quell’avventura la visse sulla propria pelle, successi e delusioni comprese. La forza trasversale del gruppo capitanato da Luca Madonia e Mario Venuti, ben documentata dallo scatto scelto per la copertina e capace di raccogliere consensi dalle frange del popolo alternativo cresciuto all’ombra della new-wave così come dagli amanti della più ortodossa canzone melodica italiana, si rivelerà in realtà una lama a doppio taglio finendo per lasciare il gruppo senza pubblico. In virtù, secondo il mio parere, di un disco oggettivamente brutto come Così fan tutti, terzo capitolo della loro saga che avrebbe dovuto portare a compimento quanto seminato coi primi due album e che invece si immobilizzava in un carnet di canzoni senza nerbo.

Azzarello tuttavia non si esprime sul valore artistico della produzione discografica se non in maniera blanda ed occasionale. Non nasconderti non è infatti un saggio critico o analitico, limitandosi (ammesso che sia un limite, NdLYS) alla narrazione degli eventi e, dove può, ai dati tecnici.

Tra palchi rock, kermesse sanremesi, partecipazioni televisive e comparsate in sagre paesane, la storia dei Denovo resta emblema di un periodo storico fondamentale in cui il nuovo si affacciava sul mercato cercando di rinnovare la semantica della canzonetta tradizionale. Il tema, già dibattuto anni fa su un altro libro analogo (però, come è prassi per le pubblicazioni Arcana, zeppo di errori ortografici e una punteggiatura sommaria) viene sviscerato con l’entusiasmo di chi ha vissuto quei giorni con la giusta dose di ottimismo e partecipazione, patteggiando per chi, senza essere costretto a lasciare casa (come era successo per Battiato, ultimo mentore della storia del quartetto siciliano), stava imponendo Catania all’attenzione di pubblico e critica, forzando l’ago della bussola e dando in qualche modo il via alla piccola rivoluzione culturale della Catania degli anni Novanta.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro