THE LONG RYDERS – State of Our Union (Cherry Red) / THE LONG RYDERS – Two Fisted Tales (Cherry Red)

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In attesa di dare alle stampe Psychedelic Country Soul, l’atteso (non da me, che delle reunion mi sono rotto le scatole da un pezzo, NdLYS) nuovo album dei Long Ryders previsto per Febbraio, la Cherry Red dà una rispolverata al vecchio catalogo della band di Sid Griffin ristampandone in versione deluxe l’intero catalogo con la complicità attiva e fattiva dei componenti che hanno messo a disposizione il proprio archivio e affidato le loro memorie (ognuno di loro per un disco, suppongo) ad analogo trattamento, curando le note di ogni edizione. Ogni album viene dunque pubblicato adesso in versione triplo CD secondo l’ormai classico prototipo: scaletta originale, B-sides, demo, concerto del periodo.

L’intero primo supporto dei tre occupati da State of Our Union è nei fatti identico a quello pubblicato sul box Final Wild Songs mentre inedito è il contenuto dei restanti due: il secondo è occupato dalle session registrate al Control Center di Los Angeles ancora caldo delle registrazioni del disco di Danny & Dusty e il terzo da un intero gig al Mean Fiddler di Londra dove, in mezzo alla scaletta i Ryders infilano a sorpresa anche qualche brano proprio da The Lost Weekend.  

Il risultato finale non muta di una virgola il mio giudizio sul disco cui vi rimando: https://reverendolys.wordpress.com/2016/01/06/the-long-ryders-state-of-our-union-island/. Solo, stavolta, vi costerà un po’ di più garantirvene una copia a casa. Se siete fra i criminali che si ostinano a non comprarlo aspettando una versione mastodontica spalmata su cinque o sei dischi però non posso dire che non siate lungimiranti. Perché, vedrete, arriverà anche quella.

Assieme a State of Our Union ma su supporto separato viene ristampato Two Fisted Tales, affidato alle “cure” di Sid Griffin in persona. Ad essere addizionate sono tutte le demo del caso (dieci già pubblicate sul cofanetto già menzionato, altrettante del tutto inedite) e un concerto del 1987 registrato all’Oasis Water Park di Palm Springs. Nelle note di copertina Griffin calca la mano sulla disillusione di quel periodo e sul rimpianto per non essere diventati quello che presto altri sarebbero diventati seguendo le loro orme (i Son Volt e i Gin Blossoms ad esempio) quando sarebbe esploso il fenomeno “americana”. Ma di questo Sid ci parlerà presto e molto più dettagliatamente nella sua autobiografia, il volume cartaceo che arriva a suggellare il momento di rinnovato interesse e (sentiremo…) di probabile rinnovata ispirazione per i cowboy che ci accompagnarono per tutti gli anni Ottanta lungo un’America che sembrava uscita da un film western. È (di nuovo) il momento di lanciare in alto i cappelli.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

P.S.: per un’analisi di Two Fisted Tales vi rimando a https://reverendolys.wordpress.com/2016/05/19/the-long-ryders-two-fisted-tales-island/

 

LONG-RYDERS-Two-Fisted-Tales

LONG-RYDERS-State-Of-The-Union

 

 

 

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PETER SELLERS AND THE HOLLYWOOD PARTY – Early Years 1985-1988 (Spittle)  

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Le coordinate orizzontali e verticali sono Chaotic Shampoo & Strange Rock ‘n’ Roll di latitudine e Spun Out of a Mind di longitudine. Come altitudine potremmo indicare The Devil and the Moon. Ma è un’altitudine variabile, come quella dei palloncini.

Dentro questa mappa dovreste trovare la magnifica residenza storica dei Peter Sellers and The Hollywood Party, una sorta di castello fatato nel cuore della Milano da bere. Nei suoi cortili quattro paggetti dai nomi improbabili vivono al riparo dal caos che uccide la città, facendosi scudo con un soffice folk-rock che ha la stessa filigrana un po’ matta di quello di Syd Barrett e di Robyn Hitchcock, mascherandosi da giullari di una corte inesistente con in testa una parrucca alla Brian Jones o un cappello piumato da bardo del Dylan del Rolling Thunder Revue, storpiandone le parole, imitandone il passo.

Se siete vissuti in quegli anni, in quei luoghi, dovreste ancora ricordarvene.

Early Years racconta oggi ai neofiti quella storia, anzi una parte di essa. Sono gli Hollywood Party “minori”, quelli che rimbalzando da una raccolta all’altra, da una demo ad una partecipazione fanno tanto di quel chiasso da far girare la testa anche a chi è distante da lì.

Peter Sellers and The Hollywood Party diventano una delle formazioni più stimate del neo-Sixties italiano. Ne rappresentano l’ala più morbida e anglosassone, scrivendo cose bellissime come e più di quelle che ho citato in apertura. Poi scompaiono, dilenguandosi in un nulla che solo il rientro in scena di qualche anno dopo ha reso meno romantico, mostrando i limiti umani di queste creature che noi credevamo discendenti da Odino o da qualche altro Dio.

Early Years è la mappa per ritrovare la magia di quella favola. Per chi come noi l’ha vissuta in bilico tra epica e realismo. Per chi era appena nato allora e oggi ha poche favole da sfogliare. Per chi non era nato ancora e magari ne scriverà altre ugualmente belle, ugualmente ricche di immagini floreali, scritte in carta increspata e inchiostro simpatico come questa.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Just a Bad Dream (Cherry Red)  

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Un viaggio nel “brutto sogno” inglese degli anni Ottanta. Che era il sogno di riaccendere il furore mistico delle garage-band degli anni Sessanta, in qualunque modo possibile. Sono Lenny Helsing dei Thanes, Vic Templar e Mike Spenser dei mitici e sotterranei Cannibals (che per l’occasione regala uno dei pezzi più rari del suo gruppo, rendendoci oltremodo contenti NdLYS) a guidarci in questo viaggio che dista da noi più di quanto lo fosse quello delle band che avevano ispirato le sessanta formazioni raccolte su Just a Bad Dream.

I nomi sono quelli che molti dei miei lettori hanno sicuramente incrociato attraversando quel decennio, poi magari perdendoli di vista distratti da un culo più sodo, da un paio di cosce meglio scolpite e che però a vederli qui uno di seguito all’altro qualche brivido, fosse anche di nostalgia, lo suscitano eccome: Jesus and Mary Chain, Playn Jayn, Prisoners, Cannibals, Barracudas, Mighty Caesars, Sting-Rays, Inmates, Biff Bang Pow!, Margin of Sanity, Green Telescope, Aardwarks, Milkshakes, Dentists, Meteors, Surfadelics, Beatpack, King Kurt, Thanes e decine di altri teenagers infatuati che avevano trovato nelle cassapanche degli zii centinaia, migliaia di piccoli gruppi avvinghiati alle tette del rock ‘n’ roll e che ora lo rivomitavano come schizzi di sperma lungo tutta l’Inghilterra. Sporcando anche i nostri beatle-boots e i nostri pantaloni a sigaretta che ora come loro indossiamo con molta meno disinvoltura.

Un brutto sogno. Un cazzo di brutto sogno.

Magari avercene ancora però….

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

PARQUET COURTS – Wide Awaaaaake! (Rough Trade)  

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Come procede la vostra storia d’amore con i Parquet Courts?

La mia va benone.

Wide Awaaaaake! è il disco chiamato a rinnovare quella promessa di amore sbocciata ormai un po’ di anni fa, quando eravamo tutti un po’ più magri. Lo fa esibendo quel po’ di grasso che nel frattempo abbiamo messo su entrambi, senza averne alcuna vergogna. Anzi. Chiedendo a Dangermouse di modellarglielo addosso, i Parquet Courts hanno fatto di quel che potrebbe essere un inestetismo il punto di forza di questo loro nuovo lavoro.

Wide Awaaaaake! è un disco che potrebbe raccogliere ai suoi piedi una pletora di spasimanti dai più disparati: singles omo ed eterosessuali, ex-punk e vecchie puttane che trascorrevano i sabato sera ballando i Talking Heads, vecchi romantici che passano i giorni a sfogliare gli album dei ricordi e le foto accanto a Costello o hooligans interdetti dallo stadio.  

E che ha (ri)conquistato anche me, col suo caratteraccio bastardo come quello dei Minutemen, scontroso come quello dei Sleaford Mods, orgoglioso come quello di Billy Bragg e ruffiano come quello degli LCD Soundsystem. E insopportabile come il mio.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

TH’ LOSIN STREAKS – This Band Will Self-Destruct in T-Minus (Slovenly)  

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E chi ci sperava più in un nuovo disco dei Losin Streaks? Sono passati quasi quindici anni da quella che sembrava l’unica eiaculazione della band di Sacramento. Un tempo infinito.

Eppure, a sorpresa, ecco qui il seguito a quel debutto che a quello non ha nulla da invidiare.

Pezzi come Genevieve, My Disease, Too Late, (This Man Will Self-Destruct in) T-Minus, Order of the Day, You Can’t Keep a Good Man Down dei Jagged Edge, Trouble You Find con le loro spavalde pennate alla Pete Townshend sotto anfetamina ci scuotono dal torpore autunnale come sferze di legno sui rami.

Garage-sound tossico e arrogante.

Progenie malata del teen-punk più veemente e debosciato, i Losin Streaks sono tornati per farvi tremare le pareti di casa e far stramazzare al suolo la vostra collezione di dischi post-rock che attecchiscono come funghi sui vostri scaffali.

È meglio vi mettiate col culo addossato al muro, nel tentativo di salvare loro e voi medesimi.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE ELECTRIC MESS – The Beast Is You (Soundflat)  

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Il loro precedente disco non mi aveva convinto. Mi sembrava come se la sferzata di energia che la band di New York aveva imposto al suo garage-rock fosse alla fine stata dissipata senza concretezza. Questo quarto album, introdotto dalla bella copertina opera di Andrea Sicco dei Twin Guns, è invece nettamente più a fuoco, convogliando l’aggressività dentro canzoni più convinte e consapevoli. Prendete per esempio canzoni come Disconnected, We’re Gonna Crash, Plastic Jack, You Can’t Hide o Snow Queen: roba dove collidono power-pop, glam-rock, garage-punk e street rock ‘n roll. Le forme più psichedeliche degli esordi sono ormai state totalmente tagliate fuori dall’economia del gruppo, i toni e le pose sono di gran lunga più “stradaiole” e sguaiate, le canzoni farcite di assolo urticanti e sufficientemente articolate e personali per distinguersi dalla media di produzioni similari.

Abbassate la cappotta dell’auto, mentre lo ascoltate.

Farete la vostra bella figura.

Al limite, segàtela.         

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LOVE – Reel to Real (High Moon)  

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L’ultimo atto d’”amore” dei Love è una vertigine funky/soul come mai avremmo potuto immaginare ai tempi di Forever Changes, che pur di cambiamenti era foriero. Un disco da aggiungere alla collezione di Otis Redding o degli Ohio Players, con fiati gonfi come zampogne e ritmi grassi come lardo di maiale.

Reel to Real è il tentativo estremo di rientrare in un mercato che non ha dato ad Arthur Lee, musicista ed autore dal talento inimmaginabile, quanto avrebbe meritato. Ma è anche un disco con una dignità che spesso gli è stata negata dai libri di storia e che questa preziosa ristampa della High Moon ci dà ora l’occasione di rivalutare. Magari, se proprio siete allergici alla propulsione dei fiati black, arpionate l’album spostando la puntina sulla seconda facciata del disco: You Said You Would e Busted Feet  proiettano il suono dei Love vicino a quelle galassie che Hendrix sognava di esplorare una volta rinchiuso il baule psichedelico. Sono due pezzi carnali e sensualissimi che esplodono in una incontrollata colata di chitarre prima di lasciare spazio alla bella, acustica e altrettanto liberatoria Everybody’s Gotta Live.

Ma prima, per almeno tutta la prima facciata, Arthur Lee ci obbliga ad infilare le dita in un vasetto di miele funk. With a Little Energy, Good Old Fashion Dream, Who Are You?, Time Is Like a River sono come i sogni bagnati ed osceni di Tina Turner e del marito Ike. O del marito Ike con le Ikettes, se preferite fare le cose con tanta gente. Questa prima ristampa in CD è una succulenta occasione per rivalutare Reel to Real, considerato anche il bellissimo booklet firmato da David Fricke di Rolling Stone che ne racconta la gestazione e il parto e la copiosa messe di out-takes che ne raddoppia la durata e il piacere, andando a recuperare tra le altre meraviglie ben sei inediti fra cui un esclusivo provino da Forever Changes intitolato Wonder People.     

Siamo davvero a molte miglia dalle malinconie folk-rock dei primi due album, alla deriva in balia delle onde sussultorie del groove più lascivo degli anni Settanta. Reel to Real è decisamente, consapevolmente figlio di un altro decennio, di un’altra epoca, di altri Love, di un altro sogno d’amore, stavolta più fisico che simbiotico. Se voi siete rimasti seppelliti sotto le macerie di Da Capo o Love, non è un problema di Mr. Lee.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

JON SPENCER – Spencer Sings the Hits (In the Red)  

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A 53 anni suonati Jon Spencer si ricaccia in un bel guaio rock ‘n’ roll. Stavolta simbolicamente da solo. Senza dimenticare che hits in inglese significa successi ma che, analogamente, ha valore verbale di “colpire”. E che, se può certamente verificarsi la prima ipotesi ovvero che queste canzoni diventino dei successi per il pubblico assetato di acque torbide, è certezza assoluta che Mr. Spencer colpisce con maestria. Coadiuvato da una nuova sezione ritmica (Sam Coomes dei Quasi e Mike Gard), il musicista americano si butta col mestiere, l’astuzia e l’energia di cui non ha mai peccato nell’ennesimo, riuscito lifting erotico del blues, lusingandoci con la sua lingua pelvica, come se le nostre orecchie fossero degli apparati sessuali da portare al piacere estremo, delle fiche di cartilagine da lubrificare. Il gorgoglio sensuale di Spencer (che ha in Love Handle il suo capolavoro di libido) rinnova i gorgheggi di Gene Vincent, Lux Interior e di gran parte dei feticisti radunati sotto la bandiera maculata del rock ‘n’ roll (compresi quelli del campionario già esplorato con i suoi stessi Heavy Trash, NdLYS). Una sorta di amplesso orale superamplificato in cui Jon Spencer appare così concentrato da dimenticarsi spesso di costruirci attorno  un’adeguata sovrastruttura libidinosa ed esplosiva, finendo per suonare un po’ come i “kapow” dentro i telefilm di Batman. Un’impressione che la batteria di Wilderness e Time 2 Be Bad, suonata come fossero i bastoni di un nunchaku, tende ad accentuare oltremodo.

Alla fatta dei conti pezzi come Beetle Boots, I Got the Hits o Wilderness non inventano nulla che non abbiamo già sentito dentro qualche disco di Iggy Pop. Nonostante questo continuano ad attrarci, come contenessero nel loro nucleo il magnete eterno del rock ‘n’ roll. O quell’altro magnete che è biologicamente assimilabile al rock ‘n’ roll e che ne identifica la sua versione carnale.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE HEADLESS HORSEMEN – Yesterday’s Numbers (Dangerhouse Skylab)        

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Una delle più grandi band Sixties-oriented degli anni Ottanta. Forse anche la più sottovalutata. Un’avventura consumata nel brevissimo volgere di un paio di stagioni, regalando ai nostri archivi di vinile giusto un paio di 45 giri, un album BELLISSIMO e un 12” preludio a un futuro che invece non ci sarebbe stato cosicché quelle che avrebbero potuto essere delle perle del futuro, sono rimaste per sempre “Yesterday’s Numbers”. Che è il titolo di questa raccolta della benemerita Dangerhouse messa in piedi andando a spulciare tra gli archivi di materiale pubblicato e inedito di quegli anni.

Ecco dunque venir fuori due cover strepitose di due dei miei pezzi preferiti di sempre: Leavin’ Here e Good Times rese con la classe che era dote dei quattro ragazzoni newyorkesi, capaci di energizzare il beat degli anni Sessanta senza forzare i piedi sui pedali del distorsore ma semplicemente miscelando gli elementi, come degli alchimisti provetti. Ecco riaffiorare prezzi pregiatissimi della collezione autoctona come Any Port in a Storm, See You Again, Can’t Help But Shake, Gotta Be Cool.

Ecco sollevarsi in volo gli aquiloni psichedelici di It’s All Away.    

Ecco un paio di numeri minori degli Who come Glow Girl e Armenia City in the Sky  che tornano ad illuminarsi di fluorescenti riflettori power-pop.

Ecco a voi una di quelle band sotto le cui fronde ci saremmo meritati di restare più a lungo, aspettando la stagione della manna e non quella della mannaia.

Gotta Be Cool!

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

TOM WAITS – Rain Dogs (Island)  

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Gli uomini sciancati di Swordfishtrombones finiscono dentro Rain Dogs, pronti a ricevere altri calci. Camminano coi loro cappottacci, urinano ai bordi delle strade e si accucciano sul loro stesso piscio, appallottolati in coperte di cartone come dei pacchi regalo che nessuno ha voluto mai aprire, senza neppure ricordare in quale città si sono addormentati o in quale si sveglieranno. Se si sveglieranno.  

Un disco catramoso ed alticcio, questo Rain Dogs.

Un disco che se lo ascolti bene ci senti un nubifragio di pignatte e di cocci di bottiglia e il rumore appiccicaticcio di ogni singola mollica di crosta di pane raffermo. Tom Waits si muove come un fachiro dentro questo letto di schegge, dentro questo tappeto di rifiuti su cui piove sempre. Che se non piove acqua, piovono sputi. Dentro questo universo di uomini dalle barbe di setola che si attaccano al nostro bel mondo come parassiti, vendendoci un ombrello o un orologio di cui non sanno che farsene. Ché è loro tutta la pioggia e tutto il tempo del mondo.  

E voi attenti quando camminate per strada a non imbrattarvi le vostre suole con la loro cacca.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro