SINFONICO HONOLULU – Thousand Souls of Revolution (autoproduzione)

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È da due anni che mi chiedo perché i Sinfonico Honolulu non siano esplosi con una canzone come Un giorno come gli altri. E non mi do pace. Perché quella, che chiameremo per comodità canzonetta, è una canzonetta perfetta. Canticchiabile oltre ogni dire. Contagiosa.

Malgrado questo, i Sinfonico Honolulu, mini-orchestra per strumenti rock ed ukulele, sono rimasti confinati nell’underground più remoto. Anzi, per mettere su il nuovo disco si sono dovuti autofinanziare e chiedere l’aiuto in rete. Quel disco arriva oggi, a tre anni dal precedente, con il solo Steve Sperguenzie a farsi carico del lavoro che prima si spartiva con Luca Carotenuto se non addirittura con gente come Mauro Ermanno Giovanardi o Appino.

Sul nuovo disco Sinfonico Honolulu scuoia il rock e ne usa la pelle per vestire il suo corpo anomalo, inconsueto, deforme addirittura se consideriamo le forme che rivestiva prima: Thousand Souls of Revolution smonta e rimonta a suo piacimento dodici piccoli classici degli anni Ottanta. Tredici, con la copertina.

Ne viene fuori un disco sicuramente insolito ma di una gradevolezza assoluta grazie ad un lavoro di produzione meticoloso, diligente, scrupoloso. La dose di coraggio necessaria per ammazzare con uno, due, tre, quattro, cinque, sei ukulele canzoni inviolabili come The Voice degli Ultravox, Strange Little Girl degli Stranglers, Try Try Try di Julian Cope, This Is Not a Love Song dei Public Image Ltd. o The Caterpillar dei Cure, per alzare al cielo un pugno che stringe una minuscola chitarra hawaiana sopra una serie di titoli come The Killing Moon, Personal Jesus o Love Will Tear Us Apart è ripagato e restituito amplificato, come dovrebbe essere un vero atto d’amore. Le trame degli ukulele, notoriamente lo strumento più noioso del mondo, diventano nelle mani dei Sinfonico Honolulu migliaia di piccolissimi spilli da agopuntura che tormentano i corpi di Echo and the Bunnymen, Joy Division, Fine Young Cannibals, Ramones, li avvolgono in centinaia di strisce di garza impregnata di balsamo di tigre e li restituiscono al mare, facendoli brillare sotto un sole che poteva appartenergli e che spesso non gli fu gradito.

Un atto d’amore, dicevo.

E voi? Di cosa parlate quando cianciate d’amore?

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE AR-KAICS – In This Time (Wick)  

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A lungo corteggiati dalla Wick, gli Ar-Kaics pubblicano per la sussidiaria della Daptone il loro secondo album.

La band della Virginia si autoproclama detentrice del più scalmanato e troglodita garage-punk, mentre l’etichetta promuove il disco presentandolo come un acquisto obbligato per i fan degli Elevators, dei Monks e degli Stooges. Addirittura.

Diciamo che, viste le premesse, mi aspettavo qualcosa che potesse pareggiare il peso di Emerge dei Morlocks o del disco dei Primates. Invece mi sono trovato in mano una di quelle irritanti copertine che sembrano disegnate dagli ospiti delle comunità di sostegno che ogni tanto fanno capolino tra gli stand di qualche sagra paesana e che io compro giusto per sostenere la comunità, non certo perché mi facciano impazzire. Insomma, è un po’ come gli annunci per adulti, dove a tanto sfoggio di tette, culi ed erezioni da record, segue un deludente incontro con qualcuno cui probabilmente non avresti neppure pagato il caffè.  

Il disco conferma il mio scetticismo nei confronti di tanti proclami, validando i miei sospetti che il primato di cui la band si vanta in realtà non le appartiene. Il nuovo disco tra l’altro abbassa ulteriormente la guardia rispetto all’esordio, scivolando in un validissimo ma anche abusato canone folk-punk di cui ultimamente vanno ghiotti più i nerd che i cavemen. E del resto, non sono le camerette fornite di ogni accessorio tecnologico le nuove caverne? In This Time è un lavoro pensato per questo tipo di pubblico che adora questa roba disadorna e volutamente sciatta, seppellita dal tedio delle città di provincia, troppo giovane per potersi ricordare che raccolte come Killer Cuts!, Destination Frantic o Die Today erano già piene di roba simile. Gustosissima, per carità, (Sick ‘n’ Tired o It’s Her Eyes un gradino sulle altre) ma davvero non riesco ad immaginare quanto di più lontano dal terrore degli Stooges e anche dal folle e sciagurato beat dei Monks.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro